» Il Viaggio - 06/09/09
1989 - 2009: I GIOVANI E L'ANNIVERSARIO DELLA CADUTA DEL MURO
Viaggio, storie ed immagini da lasciar decantare
"Ich bin ein Berliner" è la celebre frase uscita dalle labbra di J. F. Kennedy durante il discorso tenuto a Rudolph Wilde Platz, il 26 giugno 1963. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, queste parole vennero pronunciate con l'intento di comunicare alla città e alla Germania tutta, una sentita vicinanza - una simpatia, potremmo dire - che superasse ogni divisione e soprattutto la barriera per eccellenza: il muro di Berlino.
Nel ventennale della caduta della cortina più ignominiosa d'Europa, don Luca Violoni e 15 giovani di Varese hanno scelto di visitare la capitale tedesca, di conoscerne i principali monumenti, percorrendo alcune tappe della sua storia contemporanea.
Condividendo dieci giorni all'insegna dell'amicizia e della fraternità, don Luca, Anna, Matteo, Paola, Simone, Alessandro, Romina, Cecilia, Luca, Nicoletta, Marco, Ilaria, Marta, Matteo, Andrea e Clara, hanno mosso i piedi all'interno del Reichstag (sede del Parlamento) oggi dominato dalla scintillante cupola trasparente disegnata da Norman Foster, il celebre architetto inglese che trasformò l'edificio del 1894 in un complesso all'avanguardia.
La città si lascia scoprire giorno per giorno. Carl Sternheim scrisse che: "Tutto quanto è accaduto a Berlino non ha paragoni".
A lato del fiume Sprea, la East Side Gallery (letteralmente "galleria del lato est") rappresenta il maggior tracciato rimasto in posizione originale del Muro di Berlino. Lunga 1,3 km, questa sezione della cortina è interamente dipinta con graffiti riguardanti il tema della pace o della caduta del Muro in seguito alla fine della Guerra Fredda.
Certo si fa fatica ad immaginare la reale consistenza storica di questo, così come di altri luoghi (il celebre check point Charlie è oggi tappa di irresistibile richiamo turistico per l'immancabile foto souvenir, mentre un tempo era il più noto punto di passaggio sul confine tra il settore di occupazione sovietico e quello americano).
Quasi ci si dimentica della famigerata "striscia della morte" (la porzione di terreno nudo al di là della cortina) e del lungo e penoso elenco dei nomi di persone - soprattutto giovanissimi - che, per desiderio di libertà, cercarono di valicare quella barriera.
Oggi Berlino è una città incredibilmente bella e moderna, piena di vita, di giovani, di voglia di essere grandi protagonisti nell'orizzonte europeo. Lo si intuisce dalle tantissime costruzioni nuove e dai cantieri ancora aperti. Certo, fare i conti con il passato non è sempre agevole.
Ma i Berlinesi hanno voluto memoriali fissati intra moenia come segni precisi per non dimenticare la sciagura dell'Olocausto e l'orrore che la storia può produrre.
Non poteva certo mancare una visita allo Jüdisches Museum, il museo che raccoglie duemila anni di storia e cultura ebraica in Germania. L'avvenieristico edificio è stato progettato da Daniel Libeskind (architetto statunitense, figlio di polacchi sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti) ed ultimato nel 1999. Il complesso, che visto dall'alto ha la forma di una linea a zig-zag, ricorda la stella di David spezzata e distorta.
Il sostegno alla cultura e alle arti è certo uno dei vanti di questa capitale che, senza se e senza ma, ha scommesso, nel passato così come ai giorni nostri, enormi capitali per le scienze e la formazione culturale. È come se la rinascita stessa di Berlino, annientata a seguito del Secondo Conflitto Mondiale, fosse passata proprio attraverso l'arte, l'investimento culturale e la scommessa sulla conoscenza.
Anche per questo, tappa d'obbligo del viaggio con don Luca è la celebre Museumsinsel (l'isola dei Musei, in mezzo alla Sprea) che ospita, tra gli altri edifici, anche il Pergamon Museum.
Il complesso, dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco nel 1999, ospita tre collezioni sotto lo stesso tetto: quella di antichità classiche, il museo del medio oriente e d'arte islamica.

Chissà se è ancora prematura oppure fondata l'impressione che l'Europa stia passando sottotono il ricordo dell'anniversario della caduta del Muro, un avvenimento decisivo non solo per la nazione tedesca ma per l'Europa tutta. Al momento della sua costruzione, la tremenda cortina separò, apparentemente per sempre, famiglie e amicizie, lasciando entrambe le metà della città, dopo l'incredulità iniziale, nello sconforto e nella disperazione.
Anche un viaggio può aiutare a conoscere e a ricordare: non tutti sanno che i blocchi di cemento del Muro furono distrutti e in parte utilizzati per la costruzione delle strade della città: la rinascita e l'unità sono sorte da un enorme dolore e da immensi sacrifici.
Nelle giornate trascorse per le vie di Berlino, don Luca Violoni e i 15 giovani varesini hanno riletto e ascoltato, pure all'ombra della Porta di Brandeburgo, le parole di chi visitò la capitale tedesca, già riunificata, con il cuore colmo di speranza: "Fin dall'inizio desideravo sinceramente, durante questa visita pastorale in Germania, venire qui a Berlino. Naturalmente, in primo luogo, volevo incontrare i fedeli di questa Arcidiocesi, che, come tutti i Berlinesi, hanno dovuto sopportare la dolorosa divisione della loro città per decenni e ciononostante non si sono fatti fuorviare e, con profondo senso di solidarietà e di affetto, hanno sperimentato che la forza della violenza e della coercizione, dei muri e dei fili spinati, non ha potuto lacerare i cuori degli uomini. In nessun altro luogo come in questo, durante la violenta divisione del vostro Paese, il desiderio di unità si è collegato così tanto a una opera di edificazione. La Porta di Brandeburgo è stata occupata da due dittature tedesche.
(...) Poiché avevano paura della libertà, gli ideologi trasformarono una porta in un muro. (...)
Gli uomini erano divisi tra loro da muri e confini micidiali. E in questa situazione la Porta di Brandeburgo, nel novembre del 1989, è stata testimone del fatto che gli uomini si sono liberati dal giogo dell'oppressione spezzandolo. La Porta chiusa di Brandeburgo era lì come simbolo della divisione; quando infine fu aperta, divenne simbolo dell'unità e segno del fatto che era stata finalmente realizzata l'aspirazione della Legge fondamentale al raggiungimento dell'unità e della libertà della Germania nella libera autodeterminazione. E così si può dire a ragione: la Porta di Brandeburgo è diventata la Porta della libertà". (dal discorso di Giovanni Paolo II, Berlino - 23 giugno 1996).


nella foto:
I giovani varesini questa estate a Berlino
di: Clara Castaldo
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