» Il Viaggio - 22/11/09
UN ANNO A SCUOLA IN THAILANDIA
Quella vera, che non trovi sulle guide turistiche
Prima di partire avevo letto alcune di quelle guide per turisti che vendono in libreria. Nella mia mente si era iniziata a creare un'idea di Thailandia, un miscuglio confuso di suoni e colori. Uscendo dall'aeroporto di Bangkok mi sono accorta di conoscere solo parole su carta, diverse e lontane dalla vera vita di questo paese.
Abito nella periferia di Bangkok, una città piena di lussuosi alberghi per stranieri, che si espande indistintamente facendo di tutto il territorio una sola grande metropoli. Ci sono grandi autostrade che corrono fuori dal traffico caotico della capitale per riversarsi nelle strade piene di vita. Tutto si assomiglia.
Nelle strade non esistono regole, guidare ogni giorno è un'avventura. Motorini carichi di tre, quattro persone senza casco scattano al verde del semaforo, sembrano sciami di motorini impazziti che corrono dietro alla luce. Gli automobilisti procedono a zig-zag, i pullmini sembrano giocattoli di latta arrugginiti, con ammassati gli uomini stanchi da una giornata di lavoro con i volti fuori dai finestrini cercando un po' di aria in questa terra che scotta.
Ogni mattina a scuola tremilatrecento studenti si radunano in ordinate file sul prato, la banda suona l'inno e si alza la bandiera. Passano gli insegnanti con le forbici in mano, controllano lo stemma sulla camicia, il nome scritto il blu, e se c'è qualche ciuffo fuori posto, tagliano senza indecisione ciocche di capelli. Gli studenti si spostano per farmi passare, mi osservano, fanno a gara per salutarmi, guardano stupiti i miei capelli chiari e mossi, il mio naso da occidentale. Mi chiamano "farang", straniera. Continuare a sentirlo mi fa accorgere di essere diversa, venuta da lontano. Per loro sono un essere strano e sconosciuto, ancora da studiare.
Prendo il treno per tornare a casa. Il treno. Credevo non esistesse più niente di simile. Tutto arrugginito, corre con le porte aperte su un solo binario, accanto passano veloci distese d'acqua, prati alti più del treno. Si vedono le baracche in lamiera e eternit che riempiono i bordi della ferrovia. Cani che si trascinano da un cumulo all'altro di spazzatura, uomini abbandonati a se stessi sopra materassi distrutti nella polvere.
Questa è la vera Thailandia che non ho trovato sulle guide turistiche. Questo, forse, è quello che cercavo. Bangkok, grande capitale asiatica.
Mentre giro in pullman, passo il tempo con il naso schiacciato contro il finestrino guardando i grattacieli, sono fatti apposta per obbligare i passanti a guardare in su. Così che la vera vita della Thailandia scivoli vicino al finestrino, non si fa in tempo a capire cosa fa una donna anziana accovacciata in mezzo alla strada, si vedono le case scrostate dal tempo, i panni stesi ad asciugare tra i balconi, le biciclette con il carrellino davanti per i gelati, le moto con dietro la griglia e spiedini che cuociono. Affumicati. Dallo smog di questa città. Questa Thailandia che mi inghiotte nella sua vita frenetica.
Una vita che non critico, che sto iniziando a capire. Io, occidentale trapiantata in oriente con gli occhi ancora chiusi e accecati da questo stile di vita così diverso dal nostro. Io sto lasciando che la Thailandia mi entri sotto pelle, mi scorra nelle vene, non mi accorgo più dell'aria dolciastra e soffocante che non mi faceva respirare. Mi sembra normalità. La mia vita ora è qui, senza lacrime e malinconia. In questa assurda Thailandia che, piano piano, scopro e amo


di: Rachele Meazza
..................................................................................................................................
Condividi | |