» CULTURA - 26/09/10
ULTIME NOVITÀ DISCOGRAFICHE
Recensioni
Marc Cohn - Listening booth: 1970
Premetto che nei confronti di questo signore io non riesco ad essere imparziale: mi piace davvero troppo ed ho tutti i suoi dischi (che non sono invero molti). Il progetto di fare un disco di sole cover non è certo originalissimo, ma lui ne dà un'interpretazione un po' particolare: il titolo si riferisce infatti a quelle cabine - a Varese ricordo quella di Molteni in via Morosini - in cui entravi per sentire i dischi, ed in cui l'undicenne Marc Cohn nel 1970 cominciò ad infatuarsi della musica.
Cosa sentiva, dunque, e cosa ci ripropone oggi? I Beatles si erano appena sciolti, e lui prende due splendide canzoni: una dal primo album solo di John e una da quello di Paul. Poi Wild World di Cat Stevens, The letter di Joe Cocker (l'originale era di qualche anno prima ma non importa), J.J. Cale, Simon & Garfunkel, Grateful Dead, Van Morrison, Smokey Robinson... Forse le uniche due non molto note da noi sono quella dei Bread e quella dei Badfinger. Non si può dire che le migliori rispetto agli originali - anche perché in molti casi sarebbe davvero arduo - ma ne dà una versione personale che è sempre piacevolissima.
Se vi basta...

Bruce Springsteen - The collection 1973-1984
Più che una recensione, dato che non si tratta di materiale nuovo, questa è una segnalazione. Per Springsteen vale lo stesso discorso per gli Stones: fino ad un certo punto hanno fatto dei dischi da storia del rock, poi hanno vivacchiato con anche dischi buoni e ottimi concerti dal vivo. Ma se si pensasse ipoteticamente a cancellare questa prima parte della loro carriera, anziché a dei giganti penseremmo giustamente a dei buoni musicisti. E se per gli Stones l'ultimo album veramente eccezionale è il recentemente ristampato "Exile on main street", forse per Springsteen è giusto fermarsi a "Born in the USA": ecco perché questo cofanetto a bassissimo prezzo - dovreste trovarlo sotto i 30 euro e sono 8 Cd!!! - è davvero un elemento indispensabile in ogni collezione che si rispetti.
Velocemente un'occhiata al contenuto, nel caso ci fossero dei neofiti: si parte con "Greetings from Asbury Park, N.J." del 1973, dove il boss espone già in maniera grezza tutte le sue tematiche, mostrando una qualità di scrittura non comune con capolavori come "For You" e "Lost in the flood" oltre a brani che verranno subito interpretati da altri musicisti. Il secondo, "The wild, the innocent..." della fine dello stesso anno, resta a tutt'oggi il mio preferito: Bruce non si cura del successo radiofonico e ci mette solo sette lunghe canzoni. Musica splendida e band carica di energia e di colori. Col terzo "Born to run" arriva il successo ed il terzo posto in classifica: c'è ancora qualche pezzo lungo - la splendida Jungleland - ma comincia a diventare un beniamino dei radio dj americani, ed anche in Italia parte la Springsteen-mania.
Forse la maggior parte dei suoi fans considera invece il suo capolavoro assoluto "Darkness on the edge of town", uscito nel 1978: è uno Springsteen un po' più cupo, forse meno commerciale, ma vi sono i pezzi che resteranno di più nel cuore della gente. Da notare che per novembre ne è prevista una riedizione molto allargata con addirittura 3 Cd e 3 Dvd. Il doppio "The river" esce nel 1980 e, dato lo spazio a disposizione, è un lavoro piuttosto vario, dove Bruce affianca alle sue riflessioni amare sul sogno americano pezzi molto più spensierati che si rifanno a quel rock'n'roll anni '50 che fu la sua prima ispirazione.
"Nebraska" del 1982 è in fondo una grande prova di onestà intellettuale dell'artista: anziché sfruttare la popolarità con un altro disco di hit, ti propone le sue canzoni in forma di demo, solo per chitarra e voce, scarne e vere. E nonostante ciò arriva al terzo posto in classifica. E il cofanetto si chiude con "Born in the USA" (a mio parere, del tutto personale, i grandissimi suoi album finiscono con Nebraska) del 1984: è l'album del vero trionfo e resterà il più venduto della sua carriera.
Come si vede una mole di lavoro notevole che, magari avendo solo le versioni in vinile, a questo prezzo è un delitto non riscoprire!

Ropa 11-Amazing stories
Questo disco è stato un piacere riceverlo ed anche sentirlo.
Non credevo infatti che a Varese potesse sdoganarsi un jazz di qualità (preciso solo che il gruppo è piemontese. Di Varese è solo la Pusc(H)in Records (sorellina minore della Splasc(H) Records: entrambe le etichette fanno capo a SENZ'H Soc. Coop. di Arcisate, detentrice di entrambe le etichette: mi sbagliavo a pensarla così e invito tutti a trovare soddisfazione ascoltando questa prova.
Questo disco è stato un piacere riceverlo ed anche sentirlo.
Di carattere dominante è il suono corale che emerge nel sentire il disco. I Ropa 11 si presentano coesi e sempre amalgamati: il complesso insomma suona all'unisono ogni brano. Ha comunque carattere prioritario l'ottima tromba che esegue e interpreta repertori musicali appartenenti a diversi stili del repertorio strumentale. Non è solo questo strumento a svariare ma è tutta la strumentazione nel disco ad affrontare diversi stili di repertorio musicale.
La tromba cambiando il repertorio è direttamente in relazione in taluni brani con la batteria, in altri con le chitarre acustiche o elettriche. Vi sono brani acustici ed elettrici. Il rock pulsante insegue la fusion. È comunque il jazz a farla da padrone.
Oltre alla musica originale, da annotarsi anche la presenza di riletture piacevoli come "My favourite things" di Rodgers e Hammerstein, dove i Ropa 11 che riabilitano la parte vocale della canzone, sfrondano e tagliano i rami secchi lavorando di squadra attorno al cantato.
I Ropa 11 sono: Eugenio Mirti - chitarra acustica, Andrea Quaglino - chitarra elettrica, Paolo Inserra - batteria, Michele Anelli - contrabbasso, Ale Muner - tromba, Chiara Onida - voce, Ivan Nirta - chitarra elettrica (Deira) .
Concludendo, invito a comprare questo disco che propone un jazz-rock elegante e di qualità tanto è ben suonato e stimolante. È musica che ha tutti i connotati per essere amata in tutto il mondo.

Canadians-The Fall Of 1960
I veronesi Canadians in questo disco con dieci nuove canzoni, ancora inciso per l'etichetta varesina Ghost, superano il traguardo raggiunto con il precedente (datato tre anni fa) A sky with no stars che aveva ricevuto lusinghieri apprezzamenti da critica e pubblico e che aveva costituito il repertorio di una sfolgorante attività dal vivo in Italia ed anche all'estero. Da notarsi è l'apparizione al prestigioso festival SXSW ad Austin, Texas.
È un pop di qualità quello proposto certo con riferimenti ai Weezer (meglio, ai Rooney) e a Brian Wilson (per le armonie. Si senta in proposito Rain Turns Into Hail (And Then The Sun).
Avevo parlato nella recensione di A sky with no stars di Xtc come riferimento per la musica melodica. Cercavo un addentellato minore ai Beatles citati secondo me di sproposito dalla critica. Sarebbe, invece, più appropriato forse citare la Electric light orchestra di Jeff Lynne che ho riscoperto grazie ad una recente pubblicità.
Sento nei Canadians qualche ricordo ai Game Theory. Il gruppo in una intervista su queste colonne ha detto di non conoscere i Game Theory. Eppure qualche cosina c'è.
I Game Theory, formati all'inizio degli anni '80 a Sacramento dal chitarrista Scott Miller (ex compagno di college di Steve Wynn e Kendra Smith dei Dream Syndicate), proponevano un powerpop psichedelico sullo stile dei Big Star e dei DB's. Miller era già stato alla testa degli Alternate Learning, con i quali aveva registrato l'album Painted Windows, dal cui repertorio i Game Theory ripresero Beach State Rocking.
Il gruppo di Miller esordi` nel 1982 con Blaze Of Glory (Rational), un disco registrato in maniera un po' amatoriale, ma che dimostrava già (in Bad Year At U.C.L.A) la propensione del leader per erigere sofisticate impalcature di ritornelli fluttuanti e di angeliche armonie vocali. Il gruppo maturò attraverso gli EP Pointed Accounts Of People You Know (Rational, 1983), in particolare il powerpop squillante di Penny, Things Won't e il beat marziale di Metal And Glass Exact, e lo squisito Distortion (Rational, 1984), nel quale la cadenza indemoniata di Shark Pretty, la melodia epidermica di Nine Lives To Rigel Five e la cantilena delicata di Red Baron sanciscono la conquista di un sound al tempo stesso fluente e lambiccato.
Tornando ai Canadians, rispetto al passato diminuisce il powerpop monocorde, adrenalinico e sfrenato. Aumentano invece le tessiture e la ricerca di un sound più maturo all'insegna sempre della spontaneità.
Condivido quanto già scritto da Stefano Bartolotta secondo cui "La struttura dei brani è ancora legata alla forma canzone tradizionale, ma non le è più perfettamente aderente come in precedenza, grazie ad alcune piccole ma significative deviazioni e a passaggi tra strofa e ritornello non convenzionali e quindi parzialmente inaspettati".
Piacciono "Carved In The Bark", (l'episodio più intenso e meglio riuscito) dal bell'intro pianistico, la Mccartiana The Richest Dumbass In The World che inizia come C Moon (B-side del singolo Wings "Hi Hi Hi" del 1972 e in All The Best (1987)) e la trascinante Kim The Dishwasher


di: AB e GP
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