» STORIA - 13/03/11
GARIBALDI A PRANZO COL PARROCO
Don Sala invitò alla sua tavola, a Morazzone, il generale. Che poi lo prese in ostaggio, fuggì e infine lo rilasciò
Don Carlo Colli, sacerdote, era nato ad Azzate il 13 febbraio del 1823. Entrò nei seminari diocesani dopo aver frequentato le scuole di Grammatica a Varese venne ordinato sacerdote nel 1846. Fu inviato a Schianno a coadiuvare il vecchio parroco don Melchiorre Rossi e lì rimase per oltre diciotto anni. Descritto come giovine vigoroso e prete di caldi sensi patriottici, fu testimone dei fatti garibaldini del 26 agosto 1848 a Morazzone e nella terra varesina.
Scriverà in seguito ai fatti: "Appena mi venne notizia che Garibaldi trovavasi a Morazzone, io mi son portato costì e ho parlato col suo primo Colonnello e mio amico, l'ingegner architetto Daverio Francesco di Calcinate... che fu sempre compagno fedele di Garibaldi nelle sue gesta e che morì nel giugno del 1849 in Roma come Capo di Stato Maggiore".
Daverio cadde infatti a Roma in difesa della Repubblica Romana. Don Carlo Colli viene intercettato da una pattuglia austriaca tra Bizzozero e Schianno mentre tenta di arrivare a Morazzone per avvertire Garibaldi del grave pericolo di accerchiamento che stava correndo mentre dalla casa Vassalli gli austriaci iniziano una " viva fucilata" sull'abitato.
Garibaldi se ne stava in parrocchia a pranzare col parroco di Morazzone don Sala.
È forse questa la famosa calma dei forti. Rientrato a Schianno in mezzo al trambusto e alle fucilate, don Colli viene sequestrato da una pattuglia di sei soldati austriaci che lo obbligano a consegnare le chiavi del campanile, luogo privilegiato per osservare le mosse del nemico garibaldino.
Don Colli corre quindi verso casa Della Silva con gli oli santi e si trova subito in mezzo a venti austriaci feriti e tra questi tal conte di casa Lintestein, ungherese, "che parla magnificamente il latino".
Al camposanto di Morazzone, il 28 agosto del 1848, dopo la fuga dei garibaldini, si contano i morti: nove garibaldini e tre tedeschi, certi, perché di altri è impossibile l'identificazione, spogliati
di tutto e "derubati fin delle scarpe e della camicia ma certamente tutti studenti".
Lo Stato Maggiore austriaco decide in un primo momento di fucilare tutti i feriti garibaldini radunati a Morazzone in casa Ghiringhelli perché "si dovevano considerare come veri briganti, non essendo tempo di guerra né corpo regolare" scrive don Carlo.
Garibaldi, costretto a fuggire, preso in ostaggio e come guida il parroco di Morazzone col quale aveva pranzato, tra il tuono dei cannoni austriaci e le campane che suonavano a stormo, sceso a Buguggiate, sale su un battello a Capolago e raggiunge la casa di Francesco Daverio a Calcinate dove prende "qualche rinfresco".
Garibaldi da Morosolo si dirige a Casciago dove lascia libero il povero parroco di Morazzone don Sala "finito dalla paura e dallo strapazzo" e con altra guida sale a Velate e poi in Valganna traghettando dal Ceresio verso la sponda svizzera, con l'amico Francesco Daverio.
"Io son sincero e lo confesso che Garibaldi a Morazzone ha salvato la pelle per imperizia di quel generale Hes, che disponendo di una forza rispettabile di 6000 uomini, si ostinò a voler battere
Garibaldi in un guscio d'ovo, cioè in una contrada di Morazzone... io , pratico come era del luogo,
avrei chiuso Garibaldi in Morazzone in un cerchio di ferro, obbligandolo ad una difesa disperata
o a cedere le armi".
Garibaldi tornerà nelle nostre terre molti anni dopo, il maggio del 1859, coi Cacciatori delle Alpi,
e metterà in fuga gli austriaci del generale Urban il 26 maggio del 1859 a Varese.
Don Colli, vecchio e stanco ottenne il ricovero nella Pia Casa dei santi Ambrogio e Carlo
in Milano nel settembre del 1897. Morì nel 1903 e volle esser sepolto nel piccolo camposanto di Tornavento a Lonate Pozzolo.


di: Roberto Gervasini
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