» ECONOMIA - 03/04/11
LIBIA E PETROLIO, I RISCHI PER L'ITALIA
Lo scontro in atto potrebbe prolungarsi, con le più imprevedibili conseguenze
La crisi della Libia continua giustamente a porre rilevanti problemi di carattere politico e sociale di fronte ad una guerra che rischia di creare più problemi di quanti se ne volevano risolvere. Il Papa se ne è fatto portavoce più volte sottolineando una profonda inquietudine e la propria preoccupazione per le popolazioni e invitando al dialogo fermando le armi e l'uso della forza.
È purtroppo probabile tuttavia che lo scontro in atto possa prolungarsi a lungo con una contrapposizione tra il regime e i ribelli che potrebbe avere ripercussioni imprevedibili, ma sicuramente negative, sulle condizioni di vita dei cittadini libici.
Se questa deve essere la prima preoccupazione, non si possono dimenticare anche le ripercussioni che il conflitto in Libia potrà avere sugli stessi paesi occidentali con l'Italia in primo piano non solo per la sua posizione geografica, ma anche per i rapporti economici particolarmente stretti che si erano consolidati negli ultimi anni. C'è in primo piano il dramma umano dei profughi. Un problema che va affrontato con un'apertura alla solidarietà, ma senza perdere di vista la necessità di trovare soluzioni di medio termine che vadano oltre il fronte dell'emergenza.
E poi appare urgente adottare una seria strategia per garantire al Paese una politica energetica realistica e sostenibile.
Soprattutto sul fronte petrolifero l'Italia è infatti ampiamente dipendente dalla Libia. Nel 2009 abbiamo importato da Tripoli circa 20,5 milioni di tonnellate di greggio (il 27 per cento di tutte le importazioni), cioè l'equivalente di un po' più di 400 mila barili al giorno. E dato che la Libia produceva in tempi "tranquilli" 1,8 milioni di barili di greggio al giorno, se Tripoli vale un quarto del nostro approvvigionamento petrolifero, noi valiamo un po' più di un quinto dei suoi ricavi petroliferi.
La domanda che ci si deve porre è se sia possibile sostituire le importazioni dalla Libia senza eccessivi problemi. La risposta è fortunatamente positiva, almeno in termini di quantità. Nell'immediato l'Italia ha riserve tali da garantire da quattro a sei mesi di consumo di prodotti petroliferi anche se venissero a cessare totalmente le importazioni. Ma in pochi giorni è possibile aumentare le importazioni dagli altri paesi produttori (in particolare Arabia Saudita e Nigeria) anche perché questi hanno attualmente la loro capacità produttiva sottoutilizzata.
Diverso è tuttavia il discorso sui prezzi. Già ora, come conseguenza delle tensioni che sono esplose in molti paesi del Medio Oriente (dalla Tunisia all'Egitto, dalla Giordania alla Siria) il rischio di possibili difficoltà nell'approvvigionamento ha fatto aumentare le quotazioni di un buon trenta per cento rispetto alla media dello scorso anno. Con un particolare in più: quello libico è un petrolio molto buono, che offre un'ottima resa nella raffinazione e che permette la più alta percentuale di prodotti pregiati (benzina e gasolio). Per esempio il rendimento del petrolio dell'Arabia Saudita è di almeno un dieci per cento inferiore e questo non può che provocare un ulteriore aumento dei prezzi dei prodotti finali.
Ci sono quindi tutte le condizioni perché l'Italia, che ha una dipendenza energetica dall'estero che arriva all'ottanta per cento, debba subire le ripercussioni più pesanti dell'attuale crisi. I giorni scorsi hanno dimostrato che i rubinetti del petrolio si possono chiudere da un giorno all'altro, mentre il ricorso al fonti alternative (qualunque esse siano) richiede anni di progettazione e investimenti. Comunque secondo gli esperti se la crisi si fermerà alla Libia per l'Italia vi saranno conseguenze unicamente per il maggior costo che avranno gli acquisti di petrolio e gas naturale. Se invece la crisi dovesse allargarsi e coinvolgere anche altri Paesi come l'Arabia Saudita allora lo scenario sarebbe molto più preoccupante. E non basterebbe certo qualche domenica a piedi.


di: Gianfranco Fabi
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