» SOCIETA' - 17/07/11
VILLA MYLIUS SIMBOLO DI UN'EPOCA DORATA
Ai Babini Cattaneo la Martinella del Broletto. Storia d'un luogo della "grandeur" bosina
La Martinella del Broletto 2011 è stata assegnata ad Achille e Roberto Babini. È il grazie del Comune per il dono della Villa Mylius. Riportiamo due brani del libro "La sciarpa verde" di Massimo Lodi (editrice Lativa) in cui si racconta della Villa e dei Babini Cattaneo.
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È un pomeriggio di luglio del 1959. Come cinquant'anni fa, quando Achille Cattaneo fece intendere a mio padre l'idea di promuoverlo un giorno a direttore della "Prealpina". Il cielo è più grigio che blu, l'aria spruzzata da piogge noiose. Vado lì, a Villa Mylius, dove si tenne quel colloquio, dove altri seguirono, dove mi pare d'ascoltare il sussurro dei ricordi nelle brezze che scendono dal Sacro Monte. La dimora è stata regalata dagli eredi di Cattaneo, i fratelli Achille e Roberto Babini, alla città di Varese. Il parco si conserva scenografico e rigoglioso, nonostante il ripetersi dei temporali, delle calure, delle nevi che hanno modificato il timbro originario della vegetazione. Il giardino all'italiana è sempre meno giardino e sempre più all'italiana, con attrezzature di plastica colorata per i giochi dei bimbi, un campo di tennis dal fondo ormai rosicato dallo struscio delle scarpette di gomma, gli acciottolati invasi dalle lingue d'asfalto. Però trasmette ancora una decifrabile memoria di ciò che fu. Un tranquillo sentire di "grandeur". Una contegnosa malinconia.
Lì vicino, in un'altra e rimodernata residenza sul colle dei Miogni, ha sede la Fondazione Cattaneo, scrigno documentale d'un passato ben presente a chi ne ha ricevuto la custodia. Nel seminterrato adibito ad archivio, Roberto Babini, nipote del Cavaliere del lavoro, sfoglia gli album fotografici dei ricordi. È lui a perpetuare il nome del nonno alla presidenza della SEV, dove la sua dinastia editoriale s'accompagna a quella dei Ferrario: Roberto è infatti succeduto allo zio Stefano e ha governato la "Prealpina" da oltre vent'anni, avendola anche diretta giornalisticamente per alcuni. Ecco la villa nel dopoguerra, da poco restituita al proprietario dopo la requisizione nazista e l'insediamento dell'organizzazione Todt che sovrintendeva ai lavori civili tedeschi: le balaustre di pietra lavorata, le statue di ninfe silvestri, il terrapieno fiorito e curatissimo. Ecco la villa di qualche anno più tardi: gli ombrelloni e i camerieri in divisa, il patio perimetrato dai grandi vasi a cipolla, gli arredi interni di morbidi velluti e sete pregiate. Ecco, impegnati in virtuale staffetta iconografica, gli ospiti accolti in un mondo luccicante di marmi, passatoie, ottoni e specchi, che rimaneva ignoto a quell'altro mondo che di luccicante non aveva nulla.
Si stringeva lì dentro - mentre fuori s'allargava la Varese del boom economico - un'internazionalità dello spettacolo, dell'arte, della cultura che, se fosse stata conosciuta, avrebbe dato della città, e di chi ne reggeva le sorti economiche, un'idea forse diversa dagli stereotipi in circolazione. Cattaneo prediligeva la musica, e ricevette spesso il maestro Benedetti Michelangeli. Per la leggenda, accolse anche la Callas, di cui era tifoso al punto d'inquietarsi con il cronista della "Prealpina" che s'era dilungato a descrivere la nascita del club locale intitolato a Renata Tebaldi. Per la storia, e su ciò non vi sono dubbi, gli fecero visita la Lollobrigida, la Loren, la Pampanini. E molte altre, e altri, fra cantanti, attori, personaggi televisivi, condotti lì dalle ragioni di scuderia della casa discografica Ricordi, e dalle ragioni di rappresentanza di Mario Beretta, presidente dell'Ente provinciale per il turismo, promotore delle "Noci d'oro" cinematografiche, marito della nipote di Cattaneo, Lydia. Salivano a Villa Mylius anche alcuni giornalisti. Il più celebre di loro, Montanelli, intervistò il Cavaliere del lavoro tratteggiandone un profilo che non fu condiviso per la troppa libertà interpretativa esibita dall'intervistatore.
«D'altra parte - dice Roberto Babini - lui era un tipo allo stesso tempo riservato e impetuoso. Gli piacevano i contorni nitidi, non le immagini sbiadite: e se la verosimiglianza d'un suo ritratto giornalistico poteva risultare intrigante, non lo sarebbe mai stata come la verità. Era autoritario, ma soprattutto autorevole: ed esser la seconda cosa induceva a guardare con indulgenza alla prima». Anche in famiglia andava così: lo stile era patriarcale, il ritmo quotidiano della vita domestica dettato dal capo, il puntiglio nei particolari un tratto distintivo. Lo stesso puntiglio ch'egli esigeva dal suo giornale, insistendo per esempio sulla preziosità delle insignificanti notizie chiamate "brevi".
La serata del sabato di solito aveva il sapore della festa. Ne fu teatro nei mesi estivi a partire dal '52 la piscina costruita a forma d'albero alle spalle della villa. Qui si svagò buona parte della Varese dell'imprenditoria, delle professioni liberali, del grande commercio, della cultura. Il genero Gianni Babini, ufficiale pilota più volte decorato nella seconda guerra mondiale, proseguì la tradizione prodigale di Cattaneo, e sua moglie Fernanda succedette al padre nella silenziosa opera di beneficenza a favore dei meno fortunati. Perché il rovescio della medaglia degli appuntamenti con il divertimento era la consapevolezza del ruolo sociale che tocca all'industriale di successo. Un insegnamento che non ha perduto di attualità presso gli eredi.

Alla metà del pomeriggio del 29 dicembre '59 Enrico Rovetti telefona a Mario Lodi sollecitandogli i documenti da presentare in Tribunale insieme con la deposizione della firma di direttore. Scambiano qualche divertita battuta. Tutt'e due guardano al futuro con fiducia, ma anche con timore: ignorano quale definitiva piega prenderanno le vicende della "Prealpina", dopo un periodo in cui non sono mancate incertezze e preoccupazioni. Rovetti e Lodi ci metteranno un po' per entrare in sintonia, poi costituiranno una coppia di ferro: ciascuno deciso a difendere la propria autonomia, tutt'e due determinati a sovrapporvi l'autonomia della testata. La sera è Achille Cattaneo a chiamare il neodirettore. All'uomo piace un certo distaccato "aplomb", è solito indulgere a un profilo basso e al tempo stesso icastico quando ha qualcosa d'importante da comunicare. Fa riferimento al colloquio dell'anno precedente nella sua villa. «Caro Lodi, che mi dice: pensa d'essersi fatto trovare pronto alla chiamata?». «Penso di sì, presidente» gli viene replicato con voce tremula per l'emozione. «E allora vi risponda» prosegue Cattaneo. È l'unica raccomandazione che fa al prossimo direttore, senz'averne ricevuta alcuna per nominarlo. Non si diranno molto d'altro. Gli auguri di buon lavoro da una parte, l'impegno a indirizzarli al meglio dall'altra.
Di strategie editoriali Cattaneo non vuol sentire parlare, è un linguaggio che - dice - gli fa venire il prurito. Aborrisce le parole grosse perché «...talvolta scoppiano». Il mandato è: fare con dedizione il proprio dovere, dar conto d'ogni più piccola notizia, tenere i toni misurati, rispettare le istituzioni, esercitare la critica con giudizio. Insomma: tener fede al programma, e perfino al timbro antropologico, del fondatore. Sono passati più di settant'anni, ma la lezione di Giovanni Bagaini vale ancora. La "Prealpina" ha una vocazione conservatrice: delle derive (perché tali le considera) dà conto, ma evitando con accuratezza di farvi sponda. Potrebbero volgersi in aborrite ordalie.
Lodi prende atto senza obiezioni: quel programma lo avverte come connaturato a se stesso, sicuro che siano solo i moderni a diventare sorpassati. Di Cattaneo - nato a Bergamo nel 1885 e approdato a Varese nel 1911, Cavaliere del lavoro a soli trent'anni, consulente ministeriale durante la prima guerra mondiale e poi consigliere nazionale della Corporazione della chimica - ha lasciato, tra le altre, questa memoria: «Era un grande capitano d'industria, da titolare della Conciaria Valle Olona s'era allargato a dominare quell'intero settore produttivo. Poi aveva comprato la casa discografica Ricordi, affermando un'altra leadership imprenditoriale. Amava la musica, era palchettista alla Scala, aveva una predilezione per i giornali. Li considerava l'irrinunciabile compagnia quotidiana, e uno strumento da usare con attenta circospezione. Possono fare molto male, diceva. Ma possono fare anche molto bene. Nella redazione della "Prealpina" veniva poche volte l'anno, facendosi accompagnare dal genero Gianni Babini perché non guidava l'auto: qualche veloce scambio di battute con i giornalisti e le maestranze, un giro curioso per gli stanzoni impolverati e caotici con l'aria di chi sapesse già tutto degli "arcana imperii", poche raccomandazioni e l'incitamento a darsi da fare. Era povero di parole, ma ricco di motivazioni. Bastava una sua telefonata - e di telefonate ne faceva molte - ed era sufficiente l'accenno a un problema per intuirne il desiderio di risolverlo in fretta. E magari anche in che modo. La sua presenza aleggiava sempre su tutto e su tutti, e aveva un che di fascinoso mistero: era di sobrie abitudini, prediligeva solitarie passeggiate e la coltivazione delle rose, detestava il caos». In sintesi: un melomane che, anche nel "milieu" extramusicale, rifiutava i toni alti (figuriamoci le fanfare) e non ammetteva le stecche. Psicologicamente, un tipo musclé.


Nella foto: l'ingresso al parco di Villa Mylius, donata alla città di Varese
di: Massimo Lodi
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