» STORIA - 17/07/11
A VARESE SI GIOCAVA D'AZZARDO
Il passato racconta anche di un fabbricante di scacchi
Il termine "azzardo" deriverebbe dal francese "hasard", che a sua volta sarebbe riconducibile all'arabo "az-zahr", cioè "dadi". Sono giochi d'azzardo tutti quei giochi il cui risultato è determinato solo dal caso e non dall'abilità del giocatore.
Non è di oggi la febbre per il gioco, infatti ci sono notizie sui giochi d'azzardo già a partire dal 4.000 a.C., nell'antico Egitto, in India, Cina e Giappone. I più antichi manoscritti riportano testimonianze riguardanti forti scommesse al gioco dei dadi e alle corse con i carri.
Nei secoli a noi più vicini c'è stata una notevole espansione delle forme di gioco, a partire dalle scommesse sui cavalli, dalle lotterie, delle quali si ha testimonianza dai secoli XVI-XVII; la roulette fu inventata nel XVI secolo dal filosofo Blaise Pascal, mentre le slot-machine nel 1895 dall'americano Charles Fay, per arrivare alle attuali modalità supportate dalle nuove tecnologie.
Negli Statuti comunali di Varese del 1347 si annoverano diverse prescrizioni sull'argomento:
- XXVII. DEI GIOCANTI AI DADI
Parimenti statuirono e ordinarono, che niuno del borgo e della castellanza di Varese, soggetto alla giurisdizione di esso borgo, o di altrove, di qualsivoglia luogo egli sia, oserà o presumerà giocare, sia di giorno che di notte, ad alcun giuoco di biscazza (bisca) Se alcuno vi avrà trasgredito, e ciò sia avvenuto di giorno, e sarà egli un giocatore, si condannerà, per ogni volta, in soldi sessanta; se sarà uno che tenga banco in altrettanti; se sarà uno che vi assista, in soldi venti; se sarà uno che presti danaro, nel doppio, cioè in lire sei; e se ciò poi avvenga di notte, si duplicherà la pena. I borghigiani saranno ritenuti per estranei al giuoco, se non si saranno potuti cogliere durante questo. Alla stessa pena sarà condannato chiunque giocherà agli scarcapilli (gioco non identificato), per ogni volta e per ogni giocante.
- XXVIII. DELLO STESSO OGGETTO.
Parimenti statuirono e ordinarono, che nessuno del detto borgo né della sua giurisdizione, sotto la pena contenuta nel precedente statuto, oserà o presumerà giocare nel borgo, come è detto più sopra, né fuori del borgo per due miglia. (Vi erano quindi comprese anche le castellanze).
In quest'ultimo caso i borghigiani o gli abitanti delle terre vicine non saranno considerati per estranei al giuoco.
- XXIX. DEI GIUOCHI COME SOPRA.
Essendo ché le biscacce e i giochi proibiti sono cosa antichissima, e i giocatori cercano diffonderli anziché restringerli, è quindi necessario che con tutte le cure possibili si tolgano tali giuochi, donde nascono e derivano molti omicidi, ruberie e bestemmie contro Dio. Per la qual cosa statuirono e ordinarono, che il signor vicario e i consoli i quali ora ci sono e ci saranno ne' tempi futuri saranno tenuti e dovranno, pel vincolo del loro giuramento, con ogni diligenza scoprire se fannosi tali giuochi di giorno e di notte; e trovatine, condannare e punire, giusta la forma de' precedenti statuti.
A coloro, i quali saranno stati trovati a giocare dal signor vicario e dai consoli, o da alcuno di essi, non si concederà alcuna difesa, ma immantinente si riterranno per rei convinti e confessi (giustizia rapida ed efficace), se il vicario e i consoli, o alcuno di loro, avranno dichiarato, o fatto che ne sia scritto, aver essi sospettato, o sospettare, che quelli hanno giocato; e ciò, per togliere ogni motivo di spergiuro...
- XXX. DELLA PENA PER COLORO CHE TENGONO GIUOCO IN CASA E ALTROVE.
Parimenti statuirono e ordinarono, che niuno del borgo e della castellanza di Varese oserà o presumerà tener gioco in casa, e nella corte o nell'orto contigui. Il trasgressore si punirà e condannerà, per ciascuna volta, in lire dieci, e sarà altresì tenuto rispondere per i giocatori forestieri e del borgo, ove costoro non abbiano da poter pagare.
Se il signor vicario e i consoli, andando in cerca di biscacce, delle quali sopra si fa menzione, troveranno alcuni atti al giuoco, e di cui essi o alcuno d'essi avranno fermo sospetto che stavano giocando, sarà in loro potere condannarli per giuoco, anche se non fossero confessi . Si eccettueranno quegli osti che si considerano come officiali o soldati del comune di Milano
( già allora la legge non era applicata in modo uguale per tutti).
Ancora nel 1654, ad esempio, leggiamo che un appartenente alla confraternita di S. Antonio a Varese, Giovanni Bodio, fu sospeso dalla confraternita per aver "giuocato dinari in pubblico nill'osteria di Carlo Gatto (confratello)".
Passando dall'azzardo ai giochi di società, troviamo tarocchi, scacchi e carte. I tarocchi sono effigiati negli affreschi di casa Orrigoni ad Azzate e nel castello di Masnago a metà del Quattrocento. Il gioco affascinava anche le classi privilegiate.
Non solo si giocava, ma si fabbricavano anche giochi da scacchi. Il 1° luglio 1470 un Niclaus de Horigonibus da Varese risponde la fratello Francischo de Horigonibus de Varisio domiciliato a Pavia: "Egregie tamquam Frater et affinis amatissime. Ho rezeuto la vostra lettera ......me sono retrouato contato el maistro de li schachi et ho dito che me volesse fare quel tal busuli, tabuli e schache insema, et luy me repose che non podeua.....de el pretio me ha respossto che ne vole solde dece sive x lhuna ....."
Un produttore di carte lo troviamo a Maccagno nel 1723, è patrocinato dai Borromeo ed autorizzato a produrre " tarocchi", " carte alla spagnola" e "carte per dame". Prevalentemente la produzione era inviata nelle varie residenze borromee sparse tra Lombardia e Piemonte. Sembra che l'impresa durasse pochi anni in quanto la produzione era definita "assai rozza".
Il gioco spesso da piacere diventa vizio, che una volta i governanti si facevano carico di proibire, oggi purtroppo non viene più contrastato, ma favorito quale fonte di risorse per i bilanci degli stati.


Nella foto: un particolare degli affreschi di Casa Orrigoni ad Azzate
di: Fernando Cova
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