» ECONOMIA - 04/09/11
L'ITALIA HA BISOGNO DI FIDUCIA
Ma la politica non risponde all'appello del Paese e dei mercati
Questa estate a dir poco tormentata consegna l'Italia ad un autunno di incertezze e di possibili nuove turbolenze economiche e finanziarie. Perché al di là delle possibili correzioni alla manovra c'è una sola cosa chiara: la profonda inadeguatezza della politica (maggioranza e opposizione) ad affrontare le vere riforme strutturali che possono aiutare il Paese a ritrovare il sentiero della crescita e del bene comune.
Vediamo alcuni punti e alcuni giudizi che hanno fatto da sfondo alle decisioni del Governo.
La crisi è globale e quindi l'Italia non ha colpe. È vero, la crisi è globale, ma è tale perché è la somma di tante crisi nazionali. L'Italia è la settima economia del mondo e il suo debito pubblico è il terzo debito pubblico del mondo. Quindi il nostro paese è uno dei punti deboli dell'economia globale e quindi ha una responsabilità ancora più grande adottando tutte le misure necessarie per raggiungere una maggiore stabilità a livello europeo, anche difendendo il ruolo essenziale della moneta unica.
Il problema maggiore è il debito pubblico. È vero che millenovecento miliardi di euro di debito pubblico costituiscono un peso imponente anche perché ai tassi attuali costano tra i sessanta e gli ottanta miliardi ogni anno per il pagamento degli interessi. Quindi ben vengano tutte le misure per ridurre il debito, ma l'obiettivo più importante dovrebbe essere quello di riavviare la crescita economica perché solo la crescita può rendere sostenibile il debito e facilitarne gradualmente la riduzione.
La manovra del Governo taglia la spesa pubblica. La promessa è certamente questa, ma sono previsti soprattutto tagli "lineari", cioè uguali per tutti a ministeri ed enti locali. È quindi prevedibile che da una parte cresca l'inefficienza della macchina dello Stato e che dall'altra Comuni, Province e Regioni decidano di utilizzare tutte le leve fiscali possibili per non veder diminuire le loro entrate. Per il cittadino non è una bella prospettiva: una burocrazia meno efficiente e maggiori tasse da pagare.
Nuove tasse, ma solo per i ricchi. Questo è uno dei punti più controversi e non senza ragione. La tassa "di solidarietà" appare tutt'altro che equa e costruttiva iniziando dal nome: sarebbe giusto parlare di solidarietà quando si tratta di aiutare poveri ed emarginati e non quando si finanzia il mantenimento dei privilegi per la classe politica. Come è stata poi concepita è una tassa che colpisce certamente anche i ricchi, ma colpisce soprattutto la classe dirigente del paese, coloro che si sono affermati nel lavoro e nelle aziende e che dovrebbero avere un ruolo fondamentale proprio per sostenere l'economia e la crescita. L'esatto contrario del sostegno al merito, alla professionalità, alla capacità creativa.
Meno spese con l'abolizione delle piccole province. La decisione di abolire le Province con meno di trecentomila abitanti (a meno che non abbiamo una superficie di più di tremila km/q) ha già provocato un contenzioso locale e una levata di scudi che sarà difficile controllare. Molto meglio sarebbe stato abolire la struttura politico/rappresentativa di tutte le Province affidando la gestione alle Regioni e mantenendo a livello locale gli uffici tecnici necessari a svolgere le attuali competenze. Tagliare i centri di spesa appare fondamentale per risanare i conti pubblici.

Se queste sono state le scelte più che discutibili del Governo non meno allarmanti sono state molte tra le controproposte dell'opposizione. Una su tutte: la richiesta di introdurre una nuova tassa su coloro che, accettando le proposte del Governo, hanno riportato in Italia i capitali che detenevano all'estero. È vero che l'imposta allora pagata era del cinque per cento e quindi scandalosamente bassa, ma una volta stipulato un contratto non è accettabile che una delle parti non lo rispetti unilateralmente. È come se una persona acquistasse un'automobile pagando diecimila euro e dopo due anni il venditore gli imponesse di versarne altri mille perché gli servono. Che i patti vadano osservati è un principio fondamentale di civiltà giuridica e di legalità. E lo Stato dovrebbe invece cercare in tutti i modi di mantenere un rapporto di fiducia con i cittadini, soprattutto a livello di politica fiscale.
Per ora le lezioni di questa crisi sono quindi quanto meno disarmanti. Perché l'Italia non sembra avere una classe politica capace di guardare costruttivamente alle grandi risorse del paese. Una classe politica capace di superare le divisioni, di lavorare costruttivamente pensando ai giovani e alle famiglie, di accettare per prima tagli e sacrifici dimezzando per esempio il numero dei parlamentari. Ci vorrebbe una grande iniezione di fiducia per far tornare agli italiani la voglia di superare le difficoltà. Ma siamo ancora alle vecchie ricette...


di: Gianfranco Fabi
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