» AMBIENTE - 04/09/11
C'ERANO UNA VOLTA LE PANCHINE
Come cambia, purtroppo in negativo, la manutenzione dei parchi pubblici
C' erano una volta le panchine.
Belle, di legno, di colore verde intenso - quelle che preferisco - , fatte a onde, come il mare, belle anche con il cartello appeso "vernice fresca" , a significare che un tempo la manutenzione della cosa pubblica la si faceva per davvero!
I parchi, i giardinetti comunali, i viali alberati ne erano pieni. Luoghi di vacanza per chi non andava in vacanza; punti di incontro e di aggregazione; punti d'osservazione privilegiati della città da dove si poteva osservare senza essere osservati; rifugi per gli innamorati; riposo e sosta per chi non aveva una casa; refrigerio nelle calde giornate d'estate all' ombra dei tigli e dei platani; luoghi unici da cui godere un panorama e avere il tempo per tirare il fiato. Attorno alle panchine e sulle panchine si fanno e si disfano i governi, ci si dà appuntamento, le badanti si ritrovano nelle poche ore di libertà, i pensionati leggono i giornali, gli innamorati si baciano, gli sfaccendati oziano, i vagabondi riposano nell' attesa di tempi migliori.
Le panchine quintessenza della democrazia, dove non si è tenuti a pagare un biglietto, dove non c'è prenotazione, libere a tutti e per tutti. Le panchine dove nascono e si consolidano amori, che raccolgono le confidenze e le tenerezze degli innamorati. Le panchine dove non bisogna consumare per sedersi, da dove si può contemplare, sempre in prima fila, lo spettacolo del mondo.
La panchina da cui Forrest Gump, in attesa dell'autobus, racconta ai passanti la propria vita, la panchina da cui Stanlio e Ollio,vagabondi, e il loro cagnolino osservano disincantati il mondo, la panchina "galeotta" di Regent Park su cui s'incontrano i proprietari di Pongo e Peggy nella Carica dei 101, la panchina sotto i larici a Sils Marie in Engadina, sulla quale Federico Nietzsche concepì il suo Cosi parlò Zarathustra.
Le panchine delle poesie di Prevert, dei teneri innamorati - divenuti il simbolo di San Valentino - di Raymond Peynet, le panchine della canzone Les amoureux des bancs publics di Georges Bressons, le panchine in Piazza Grande del clochard di Lucio Dalla, la panchina, oltre la siepe, da cui Leopardi contempla l' Infinito, qualcuno le chiama oggi orribilmente "arredo urbano". Eppure quanta poesia, quanta vita vissuta, quante storie, quanta umanità, quanti sogni e amicizie dietro una semplice panchina.
Oggi le panchine non vanno più di moda; oggi si guarda con sospetto chi si ferma a riposarsi, chi se la prende comoda su di una panchina; oggi si deve per forza consumare e spendere per sedersi; il gratuito sembra non esistere più. Solo all'anziano, alla mamma con il pancione o con la carrozzina sembra essere lecito fermarsi a riposare su di una panchina; altrimenti si è guardati con sospetto...."sarà un perditempo, un vagabondo, un extracomunitario, uno spacciatore"... si pensa. Oggi dove la fretta la fa da padrona, dove la solidarietà è vista con sospetto ... ebbene oggi non si è più liberi neppure di sedersi in compagnia su di una comoda panchina.
Alcuni anni addietro, Gentilini, folcloristico sindaco di Treviso, fece togliere le panchine da una piazza della città veneta in funzione anti-clochard. Trieste, poco dopo, non fu da meno.
Oggi ci si mette - ahimè - anche Varese con l' adozione di panchine monoseduta "anti vandalo". Sinceramente mai avrei pensato che qualcuno potesse arrivare ad individualizzare i posti pubblici a sedere. Mai avrei pensato che si potessero inventare delle sedie con tanto di braccioli con l'intento dichiarato "di scoraggiare i vagabondi" dal frequentare gli spazi verdi pubblici.
I primi prototipi di queste improprie "panchine" fanno già bella mostra di sé , da alcuni mesi, nei giardini di Via Dandolo, recentemente sottoposti ad un restyling, dagli incerti e discutibili risultati. Il Comune, con una certa dose di esagerazione e immodestia , ribattezzò lo storico viale varesino rifatto "la rambla bosina", suscitando l'ilarità di buona parte dei cittadini. Ora si parla, "visti i risultati ottenuti" - sic! - , di estenderne l'impiego ad altri parchi della città, eliminando le nostre vecchie, care panchine ad onda di mare.
Prossime a scomparire saranno quelle posizionate nel cosiddetto Giardino di Liala in Via Del Cairo, in realtà un'aiuoletta, mal progettata e mal tenuta.
Poi sarà sicuramente il turno di Parco Zanzi, in riva al lago, già sotto accusa per le cattive frequentazioni... nell'attesa di estendere la trovata agli Estensi e a Villa Toeplitz, sicuramente anche loro non immuni dai clochard e dagli extracomunitari.
Proseguendo su questa strada, va a finire che, nel timore dei vandali, ci sarà impedito in un prossimo futuro di uscire di casa alla sera!
Mi chiedo: ma se esistono comportamenti antisociali, atti vandalici - e indubbiamente ci sono -, davvero si pensa di risolvere il problema con i divieti o con l'adozione di panchine ischiatiche? Per assurdo, il colpevole diventa la panchina e non il vandalo o lo sporcaccione!
Non sarebbe forse più intelligente e appropriato, se qualcuno rompe, imbratta, sporca, distrugge, individuarlo e punirlo? E non privare i varesini - vagabondi e extracomunitari compresi - del piacere di sedersi l'uno vicino all'altro o di sdraiarsi su di una bella, ampia e comoda panchina verde di legno ad onda di mare?


Nella foto: le panchine "anti-clochard" di via Dandolo
di: Daniele Zanzi
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