» Lettera da Roma - 04/09/11
GIRARE FRA LA STORIA IGNORANDOLA
Il richiamo del bello e la distrazione di massa
Avendo fatto parte del trenta per cento di italiani che hanno scelto Luglio per le vacanze e con esiti non molto felici per il tempo, ho passato un Agosto lavorativo nella capitale.
Roma è bella d'estate ma soprattutto quando la gran parte dei cittadini se n'è andata. Qualche volta alla sera mi è capitato di tornare a fare il turista: le strade della capitale che percorriamo hanno uno spessore storico senza uguali, una prospettiva estetica che ha provocato i geni di tutto il mondo. C'è la Roma antica dei Fori, quella medioevale dei Santi Quattro Coronati, quella rinascimentale di piazza del Campidoglio e del Quirinale, quella barocca della Chiesa del Gesù e di piazza Spada, le tracce portuali di Trastevere. E poi la Roma dei primi apostoli: l'Appia, il Quo Vadis, San Paolo alla Regola, tracciato ideale che ci porta in San Pietro.
Occasioni di bellezza a Roma non mancano. Tanti ragazzi in giro, tante facce da tutto il mondo. Di alcuni, per lo più stranieri, colpiva l'attenzione con cui seguivano le guide, osservavano i monumenti, memorizzavano i ricordi. Lo stesso non posso dire dei miei connazionali, romani e no: scaciati, svagati, passeggiavano tra i monumenti con la stessa attenzione che avrebbero potuto avere per il Mc Donald's di piazza di Spagna.
È un fenomeno che aveva già osservato Pier Paolo Pasolini quarant'ani fa. In una sua poesia "La dopostoria" scriveva: "Giro per la Tuscolana come un pazzo, per l'Appia come un cane senza padrone. O guardo i crepuscoli, le mattine su Roma come i primi anni della dopostoria... Io feto adulto mi aggiro, più moderno di ogni moderno, a cercare fratelli che non ho più ".
Il rapporto con la propria storia non è mai stato semplice per nessuno. Ma certo se c'è una generazione che, complice anche la frammentazione della cultura virtuale, ignora quasi del tutto le radici da cui proviene è quella attuale E questo rende enormemente più fragili di fronte ad ogni forma di potere.
Eterni adolescenti i giovani si aggirano attraverso la memoria della nostra storia con la stessa evanescenza di un video gioco di quelli che piacciono al ministro Tremonti. Scansano la fatica di un rapporto (perché la storia comunque è sempre rapporto), evitano di mettersi in discussione interrogati dalla grandezza dei lastrici che calpestano. Resta solo nei migliori dei casi una vaga sensazione estetica sentimentale destinata a dissolversi rapidamente.
Da dove ripartire? Pensavo a quei ragazzi che passano sotto l'arco di Tito schiamazzando o attaccati al cellulare varcando Santa Maria Maggiore, quando ho trascorso due giorni al Meeting di Rimini.
Lì uno degli eventi di punta, che ha colpito anche il Presidente Napolitano, è stata la mostra sui 150 anni dell'Unità d'Italia. Un tema non certo nella 'top ten' degli studenti, eppure realizzata da alcuni di essi con grande accuratezza ed in maniera ineccepibile.
Quale sia stato il segreto lo spiega Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione Sussidiarietà e tra i curatori dell'evento. "Oggi le giovani generazioni sono attratte immediatamente da ciò che è bello e da ciò che è vero. 'La bellezza splendore del vero' scriveva già secoli fa Platone. Di conseguenza quando tu offri loro una proposta reale, schietta, non ideologica, i giovani vengono subito dietro".
La sfida di ogni educatore è trasmettere una passione. E la bellezza della storia nelle sue forme artistiche è un grande aiuto. Forse gli studenti romani (ed i loro professori) dovrebbero uscire di più dalle scuole e girare dentro quel grande manuale a cielo aperto che è la città in cui vivono. Ne avremmo tutti da guadagnare.


di: Paolo Cremonesi
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