» ECONOMIA - 18/09/11
MANOVRA: PIÙ PROBLEMI CHE SOLUZIONI
Sconfortante il metodo, deludenti i risultati, preoccupano gli effetti
Sconfortante nel metodo, deludente nei risultati, preoccupante per gli effetti che si potranno avere sull'andamento dell'economia nei prossimi mesi. In poche parole la manovra varata a metà settembre dal Parlamento sembra riassumere in sé tutti i problemi più gravi della politica italiana.
Presentato sotto la spinta di una possibile crisi del debito pubblico il decreto era stato varato in fretta e furia nella serata del 12 di agosto nel tentativo di bloccare la crescente incertezza e sfiducia dei mercati finanziari che si stava traducendo in una pericolosa crescita degli interessi richiesti per rinnovare i titoli del debito pubblico.
Fin dall'inizio sono apparsi tutti i limiti degli interventi, praticamente concordati in un vertice tra Berlusconi, Bossi e Tremonti con un'attenzione particolare a non scontentare i tradizionali elettori di riferimento elettorali dei partiti della maggioranza di governo. La logica di fondo infatti era unicamente contabile: era necessario raggiungere il pareggio di bilancio nel più breve tempo possibile tanto che sono diventati quasi un ritornello i richiami al fatto che l'unica cosa importante fosse "tenere fermi i saldi", cioè conservare il risultato finale tra l'aumento (molto forte) delle entrate e la diminuzione (tutta da verificare) delle uscite.
Ma il problema di fondo dell'Italia non è, paradossalmente, il debito pubblico. Il problema principale è costituito dalla mancanza di crescita, dall'incapacità di creare ricchezza, dalla stagnazione dei consumi, dalla limitatissima creazione di posti di lavoro. È vero che il debito italiano è molto alto, ma se si riuscisse a rimettere in moto il circolo virtuoso dell'economia si potrebbe da una parte garantirne la sostenibilità e dall'altra iniziare una pur lenta strategia di rientro.
Ebbene di stimoli alla crescita nella manovra non ce ne sono. Sia gli aumenti delle tasse, sia i tagli di spesa avranno infatti un inevitabile effetto recessivo: e questo complicherà ancora di più i problemi.
Prendiamo in esame una scelta di cui si è discusso tanto, quella di aumentare l'IVA (l'imposta sul valore aggiunto che colpisce i consumi) dal 20 al 21%. È stata una scelta dettata dall'esigenza di recuperare qualche miliardo di euro, ma al di fuori di una costruttiva strategia di politica fiscale. Aumentare l'IVA corrisponde alla logica di colpire più i consumi che i redditi, di spostare la tassazione "dalle persone alle cose" secondo uno slogan che lo stesso ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, aveva teorizzato nelle sue analisi. Ma di questa strategia si è fatta solo una parte: non si è spostato nulla, ci si è limitati ad aumentare l'imposta sui consumi senza ridurre di un centesimo le imposte sui redditi. In questo modo l'effetto negativo sarà inevitabile: si consumerà di meno e lo stesso gettito fiscale non potrà che essere inferiore alle attese. Se invece all'aumento dell'IVA fosse corrisposta una riduzione dell'IRPEF (l'imposta sui redditi) o dell'IRAP (l'imposta sulle imprese) si sarebbe aiutata la crescita e la competitività.
In un mese, tra il varo da parte del Governo e l'approvazione del Parlamento, la manovra è stata più volte cambiata, ma in nessun caso migliorandone la qualità per attuare quelle riforme strutturali di cui l'Italia ha bisogno. E questo perché la maggioranza di governo, e in particolare la Lega, si è dimostrata profondamente conservatrice. Per esempio il partito di Bossi si è opposto a qualunque intervento sulle pensioni, anche se gli interventi ipotizzati non consistevano per nulla ad un taglio dei trattamenti in essere, ma prevedevano un anticipo delle riforme già approvate, ma previste in tempi lunghi. Abbiamo così il paradosso di un decreto "urgente" che stabilisce che nel 2016 inizierà un graduale innalzamento dell'età pensionabile delle donne verso una ancora più lontana parificazione con gli uomini. Un decreto "urgente" che stabilisce qualcosa che avverrà cinque anni dopo: e poi ci si stupisce se la politica perde credibilità.
Allo stesso modo la Lega si è opposta ad una pur modesta riduzione delle province accettando solo il varo di un disegno di legge costituzionale destinato sicuramente a perdersi nei labirinti delle procedure parlamentari.
Nel complesso la manovra raggiunge a caro prezzo gli obiettivi di stabilità finanziaria e non crea le condizioni perché possa iniziare un periodo di crescita. Le nuove tasse infatti riducono sia le possibilità di consumo delle famiglie sia le potenzialità di investimento delle imprese, mentre i tagli alle uscite rischiano di aggravare la già limitata efficienza della pubblica amministrazione. Sono stati poi solo praticamente simbolici i tagli ai cosiddetti "costi della politica": il numero dei parlamentari, i vitalizi, i benefit vari, sono rimasti immutati. Sono stati solo ritoccati i prezzi del ristorante del Senato come minuscolo gesto di buona volontà.
Al di là del risultato promesso, comunque importante, quello che spicca è la scarsa qualità delle misure adottate: tra l'altro sono pochi gli interventi con effetti sicuri mentre la parte più rilevante dei provvedimenti dovrà essere tradotta in pratica dai ministeri e dagli enti locali ed è già cominciata la protesta, peraltro anche giustificata, per gli effetti che i tagli potranno avere.
L'amara conclusione è che non ci sarà purtroppo da stupirsi se l'Italia continuerà ad essere considerata anche nei prossimi mesi un Paese finanziariamente fragile e politicamente ben poco affidabile.


di: Gianfranco Fabi
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