» SOCIETA' - 18/09/11
OLOCAUSTO, UNA ROTTURA DI UMANITÀ
Il crimine nazista oltre il dibattito e oltre la ragione
Günter Grass, in un'intervista concessa allo storico israeliano Tom Segev, ha affermato di recente che "l'Olocausto non fu l'unico crimine della grande guerra... anche se noi portiamo la responsabilità per i crimini nazisti". Negli stessi giorni dell'intervista, in Francia, si è accesa la polemica per un'iniziativa del ministero dell'educazione nazionale che raccomanda agli editori, per l'anno scolastico 2011-12, di sopprimere la parola "shoah" dai manuali e sostituirla con "annientamento".
Varie voci si sono levate contro le affermazioni di Grass tendenti a relativizzare la shoah e le iniziative del governo francese, ma a noi non interessa intervenire in questa sede nella polemica, altri l'hanno fatto. Ciò che ci interessa però mettere in evidenza, che a noi sembra sia sfuggito a non pochi commentatori, è quanto sta al fondo delle affermazioni dello scrittore e dietro la sostituzione della parola "shoah" dai manuali scolastici francesi.
A nostro avviso le due iniziative - l'intervista di Grass e la sostituzione del termine - ci dicono che siamo di fronte a qualcosa di più complesso di un ulteriore tentativo di relativizzazione del fenomeno della shoah o a semplici questioni nominalistiche. Le due vicende ci dicono che è venuto a maturazione quel processo di lento oblio del fenomeno dell'olocausto che Primo Levi paventava già negli anni '80, quando affermava che con il progressivo allontanarsi del tempo del tragico evento e con la scomparsa sempre crescente degli ultimi sopravvissuti dei lager, lo sterminio nazista sarebbe apparso come una pagina sbiadita di storia, come la strage di San Bartolomeo o come la guerra di secessione americana. Del resto che altro sono oggi agli occhi di molti le stesse parole shoah e olocausto se non concetti usurati, riferimenti banalizzati, simboli di una battaglia, che si va perdendo sul fronte della memoria? Premesso che coltivare la memoria collettiva di un evento così traumatico e tragico, come lo sterminio di esseri umani, unico nel suo genere, sia una necessità doverosa per tutta l'umanità, i recenti fatti emersi non ci possono lasciare indifferenti e ci impongono parimenti alcuni interrogativi di fondo: "Come ridare nuova unicità e specificità a questa tragedia? Come combattere l'usura del tempo e i tentativi di banalizzazione persino dei suoi termini? Che fare perché questa immane tragedia entri a fare parte della vita, del presente e del futuro, di ciascuno per dargli tutto il significato di orrore, che non ha avuto da quando si è verificata sino a ora?".
Solo ripensando e collocando nella storia dei totalitarismi, la natura profonda dello sterminio nazista, come vanno ripetendo da tempo eminenti studiosi, nella sua ispirazione di fondo e nella sua terminologia, si può dare una qualche risposta positiva ai quesiti posti. I due termini shoah e olocausto debbono essere sostituiti non solo perché usurati, ma perché non rendono giustizia e non coprono integralmente il senso dello sterminio nazista di milioni di uomini di razze, religioni e idee politiche diverse. Secondo Elie Wiesel "Shoah significa catastrofe naturale"; però aggiunge "qui non si tratta di un cataclisma naturale, perché è un'opera dell'uomo e non della natura".
La parola olocausto significa "offerta totale mediante il fuoco", perché è il fuoco dei crematori, secondo Wiesel, a dominare questa tragedia. Ma anche a lui questa parola oggi non soddisfa più perché "banalizzata e commercializzata al pari di shoah".
E allora? Detto che "non esistono termini per descrivere questo evento", seguitare a utilizzare parole usurate come quelle usate sinora sarebbe improduttivo e non renderebbe giustizia agli altri deportati non ebrei. Del resto Giorgio Israel ha scritto recentemente che "è stata un'idea avventata collocare la shoah sul piedistallo metastorico e metafisico dell'unicità". Certo se i termini shoah e olocausto avevano il difetto di porre l'accento eccessivo sulla specificità dell'annientamento ebraico, ogni altra espressione diversa da loro avrebbe il difetto di mettere in ombra tale peculiarità; ma bisognerebbe trovare una denominazione comune, più rappresentativa che non escluda nessuno deportato, ma tutti comprenda: ebrei, sinti, rom, omosessuali, testimoni di Geova, cattolici, politici. Quale termine? Uno che chiarisca e stigmatizzi una volta per sempre che il delitto perpetrato dai nazisti è stato una "rottura di umanità", un crimine contro l'umanità in generale: una "colpa metafisica", come ne parla il filosofo tedesco Karl Jaspers.
"Il richiamo jasperiano al tratto metafisico e non storico della colpa" - dice il filosofo Galimberti - "è essenziale per ricordare che se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, ancora non ci siamo liberati da ciò che ha reso possibile il nazismo, e precisamente da quell'indifferenza di fronte al mostruoso ".
"Questa colpa" - aggiunge il prof. Galimberti - "ha per oggetto l'infrazione del principio della solidarietà tra gli uomini, offesa la quale, viene messa a rischio quella base di appartenenza al genere umano che poggia sul riconoscimento di se stessi nell'altro". Quando l'uomo tratta il proprio simile non come uomo, ma come oggetto o "Stück", "pezzo" come dicevano ad Auschwitz, la natura umana viene negata nel suo tratto specifico e allora non c'è colpa che possa essere riscattata. "Ma il nazismo", dice Jaspers, "ha significato proprio questo: la riduzione dell'uomo a cosa "per cui è possibile dire che l'elemento tragico del nazismo non risiede tanto nella sua ferocia e nella sua crudeltà, che la storia su scale diverse ha sempre registrato, ma nella sua riduzione allo statuto dell'uomo a oggetto. Questa è la "colpa metafisica". E questa a nostra avviso deve essere la vera unicità e specificità dello sterminio nazista, che ha operato una vera "rottura d'umanità".


di: Romolo Vitelli
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