» Lettera da Roma - 18/09/11
SUL SET NELLA CAPITALE
Davanti alla cinepresa l'Urbe cade in trance
Invito a pranzo un amico. Vuole parlarmi di cose personali. Scegliamo un locale riservato "Da Roberto al Passetto" , due generazioni di ristoratori abruzzesi giunti a Borgo e temprati dalle frequentazioni della curia romana.
A metà del pranzo, fa ingresso nel locale la troupe di una TV spagnola. Sono in cinque tra giornalista, tecnici, regista. Girano un documentario su Benedetto XVI. Hanno saputo da qualcuno che proprio lì Joseph Ratzinger, quando era a capo del Sant'Uffizio, qualche volta andava a cenare.
Sono rumorosi. Insistono per intervistare il gestore. Vogliono silenzio in sala. Lui, Roberto, anziano non ha il coraggio di sottrarsi, ma nello stesso tempo si impappina davanti al microfono, sbaglia le risposte. Bisogna rifare. Tra la quindicina di tavoli dove sediamo, la troupe rifà il suo ingresso due, tre, quattro volte. Qualche turista scocciato se ne va. Alla sesta dopo una mezz'ora di tentativi ce ne andiamo anche noi. Roberto per nulla turbato dalla fuga dei clienti, continua a stare alla sceneggiata.
Roma e le cineprese. Se ne potrebbe fare un film.
È un rapporto filiale dai tempi di Cinecittà, del neorealismo e della commedia all'italiana. Amore rinfrescato ultimamente dalla scoperta di vari registi americani dei set della capitale ("Angeli e Demoni" "Duplicity" "Nine") ma anche dalle numerose produzioni di 'fiction' per Rai e Mediaset.
Il romano davanti a una troupe è "naturaliter" incuriosito, per nulla intimorito (vi ricordate "Un marziano a Roma" di Ennio Flaiano?). Giovane cronista assunto al TGR del Lazio, restavo sempre stupito da come, giunto sul luogo del 'delitto', approntate le telecamere e i microfoni,dovessi allontanare la gente che voleva dire subito la sua. Ai tempi della 'Prealpina' si dovevano quasi supplicare i presenti per pubblicare una dichiarazione, anche anonima.
"So' andati tutti a vede' Vuuddy che sta a fa er film qui vicino", ci accoglie una signora entrando una mattina in un bar vuoto (anche di gestore). Confortati da tanta sicurezza anche noi ci mischiamo tra la folla che assiste a uno dei sessantanove set che Woody Allen ha scelto per girare a Roma il suo "Pop Decameron".
Il vero tormentone di quest'estate romana non è stata la manovra o la città bloccata da centinaia di cantieri ma le vicissitudini del regista newyorchese alla prese con i capitolini e le autorità locali in posa per una foto con lui o supplici di un cameo.
Scusate se è scontato ma non riesco a non pensare alla riservatezza con cui un mio concittadino avrebbe accolto la medesima situazione. Devo andare ai miei anni di liceo "Ferraris" quando per un mese intero si parlò di una delle prime commedie all'italiana con Lando Buzzanca girata (in parte) a Varese. Oggi bisogna ringraziare la passione e l'intelligenza dell'amico e regista Mauro Campiotti se i suggestivi panorami dei dintorni fanno la loro degna comparsa in qualche pellicola .
È una partita persa: ma tra l' "Ahò, oggi che state a gira'?" e la discrezione dell'abitante prealpino non è proprio possibile trovare una via di mezzo?


Nella foto: Woody Allen sul set di Pop Decameron a Roma
di: Paolo Cremonesi
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