STORIA - 25/09/11
UN FIORE PER IL COMANDANTE DI PRIMO LEVI
Pagliolico, fucilato dai fascisti violando le loro stesse leggi
Per fucilare un uomo, un partigiano, Pietro Pagliolico, 34 anni, di Casale Monferrato, il comandante di Primo Levi della "banda dei Casalesi" di Arcesaz-Brusson in Val d'Ayas, rastrellata dalla Milizia Confinaria il 13 dicembre 1943 e in gran parte sgominata (Levi finý con altri nei lager del Reich), i fascisti della Repubblica Sociale italiana violarono le loro stesse leggi. Per farlo distrussero un primo verbale d'arresto, sostituendolo con un altro. Nel primo, redatto nell'immediatezza dell'arresto, era scritto che Pagliolico, sorpreso la sera del 7 marzo 1944 sul tetto della sua abitazione di Cugliate Fabiasco, un paesino della Val Marchirolo, dove si era nascosto con la moglie a fine gennaio, nel tentativo di sfuggire alla caccia nazifascista, non aveva le armi "in pugno". Infatti la pistola Beretta calibro 9 con nove pallottole in canna l'aveva gettata pochi attimi prima della cattura lungo le tegole del tetto per evitare di ricadere sotto il "bando Mussolini" che prevedeva la fucilazione immediata.
Pagliolico sapeva il rischio che correva e si era comportato di conseguenza. Nel secondo verbale, scritto dopo la fucilazione in sostituzione del primo, avvenuta alle 19.30 dell'8 marzo lungo una scarpata nei pressi del cimitero di Cugliate Fabiasco, era stato affermato il contrario per poter legittimare l'assassinio. I militi della locale Stazione della Guardia Nazionale repubblicana Antonio Rizzardi e Ferruccio Venturelli, estensori del documento, coartati pesantemente dai superiori del Comando provinciale della Gnr e dell'Ufficio Politico investigativo e dal Capo della Provincia Mario Bassi, affermarono dunque il contrario.
Pietro Pagliolico, "pericoloso ribelle, autore di atti criminali contro le Forze Armate della Rsi e di furti", come recitava l'atto di accusa del Capo della Provincia d'Aosta, era caduto perchŔ la cittÓ e la provincia di Varese avevano necessitÓ di essere intimorite. La Resistenza in quei mesi era diventata molto attiva, gli agguati delle Gap di Walter Marcobi si erano infittiti, la Repubblica del duce doveva mostrare i muscoli e dare un esempio plateale.
Al processo svoltosi nel gennaio 1946 davanti alla Corte d'Assise Speciale di Varese, il presidente Alberto Zoppi e il Procuratore Generale del Regno Adriano Bacchetta ebbero modo, nel corso delle udienze, seguite da un pubblico inferocito desideroso di fare giustizia sommaria degli imputati, di rinfacciare agli stessi il comportamento criminale giunto al punto di fare carta straccia delle stesse loro leggi pur di compiere delitti gratuiti e seminare il terrore.
Chi desiderasse andare a Cugliate Fabiasco, ameno borgo dove tutto Ŕ rimasto come allora in uno stupendo equilibrio naturalistico ed edilizio, potrÓ trovare tracce di quella tragedia e di quella barbara esecuzione, la prima della Resistenza varesina. Non troverÓ purtroppo gran memoria fra la gente, dimentica e distante da pagine tanto drammatiche compreso un giovane e intimorito parroco ma un cippo, proprio sul luogo dell'esecuzione, disadorno, con due vasi arrugginiti e senza un fiore e una strada, quella principale, che se nella parte finale reca ancora la dicitura dell'epoca in pietra chiara "Pietro Pagliolico, Martire della LibertÓ" nelle altre, riproposte con la cartellonistica moderna, il caduto Ŕ affidato all'anonimato di via "P. Pagliolico" senza alcuna spiegazione.
La storia di questo vile delitto, nel quadro pi¨ ampio della lotta antifascista, Ŕ per certi aspetti esemplare. Basta riandare al truce commento che "Cronaca Prealpina" diretta allora da Angelo Luigi Arrigoni, vice direttore della "Scuola di Mistica Fascista" e successore di Niccol˛ Giani, a sua volta ex direttore del giornale, caduto sul fronte greco albanese, aveva fatto, inneggiando alla "punizione esemplare contro i traditori dela Patria, coloro che violano le leggi e che attentano contro la Repubblica".
Peccato che, nel caso Pagliolico, fosse stato proprio l'opposto e che neppure il consiglio avverso alla fucilazione di due alti rappresentanti della Rsi varesina era stato preso in considerazione. Infatti, dopo il trasferimento al carcere dei Miogni di Vaese nel primo pomeriggio dell'8 marzo del povero Pagliolico, a "Villa Triste", il luogo delle torture, di via Dante, sede dell'Upi-Gnr, si era svolta una riunione per decidere il destino del prigioniero. Sia il giudice Michele Poddighe, un magistrato ordinario del Tribunale di Varese passato alla Rsi, che il capitano dei carabinieri Guido Di Prisco in rappresentanza del comandante tenente colonnello Salvatore Sinisi, tenutosi alla larga per ragioni precauzionali, si erano espressi contro la fucilazione perchŔ il Pagliolico al momento dell'arresto non era armato avendo gettato la "Beretta" sul tetto dunque "in luogo pubblico". Un parere autorevole che i due, malgrado le pressioni, non avevano modificato. Di parere opposto era stato il feroce capitano Giovanni Battista Triulzi, comandante dell'Upi-Gnr (per un gioco del destino casalese come il detenuto!) che aveva sottoscritto la condanna a morte. Il tenente colonnello Elia Caldirola, comandante provinciale della Gnr, il militare pi¨ alto in grado, un moderato antitedesco, aveva fatto "pesce in barile" incerto sul da farsi sino a quando aveva telefonato al Capo della Provincia (il prefetto) Mario Bassi che aveva dato il lÓ per la fucilazione, decisione che aveva abbracciato.
Pietro Pagliolico era stato ripreso dalla sua cella, ricondotto a Cugliate Fabiasco e passato per le armi. Anche sul punto dell'esecuzione occorre fare qualche osservazione prodotta dagli scontri in aula tra i vari imputati impegnati a prendere le distanze l'uno dall'altro (soprattutto quelli che avevano fatto parte del plotone) per evitare le rispettive condanne.
Pagliolico prima di morire, presente il dottor Emilio Scolari, medico condotto della valle che avrebbe dovuto accertare il decesso, chiese di poter morire con le mani libere e non strette dal morsetto di ferro. Gli fu brutalmente negato. A quel punto, secondo la testimonianza del Venturelli, Pagliolico si rivolse al capo plotone Rizzardi, dicendogli, in un estremo tentativo di aver salva la vita: "Guardi a quello che sta facendo perchŔ porterÓ la mia morte sulla coscienza per sempre" al che lo sgherro fascista replic˛: "a me la cosa non importa niente". Pagliolico a quel punto si ritrasse, fu posto in piedi, le gambe dentro una fossa, e grid˛ alto perchŔ tutti sentissero: "Viva l'Italia libera!" cadendo da eroe. Un milite, il Treddenti, gli spar˛ due colpi di grazia.
Il processo in Assise si concluse con la condanna di tutti gli imputati a pene elevate. La moglie del martire ebbe l'ultima parola. Guard˛ in faccia gli assassini e dsse loro: "Siete dei vigliacchi, nessuno di voi potrÓ morire con il nome della Patria sulle labbra!".
Caldirola ebbe 30 anni, Rizzardi 25, Venturelli 20, Treddenti 20. I giudice Poddighe e i carabinieri Sinisi e Di Prisco furono assolti. La posizione del Triulzi venne stralciata. Fu condannato a morte ma in contumacia, in altro processo, uccell di bosco, accolto per mesi in un Istituto religioso del Piemonte. Uscý quando l'amnistia Togliatti del giugno 1946, applicata generosamente da magistrati in gran parte figli del fascismo, gli consentý di riassaporare quella libertÓ che aveva negato ad altri. Non fece un sol giorno di carcere. Lo conobbi a Casale Monferrato negli anni '80 ormai prossimo alla fine. Mi mostr˛ un libro di poesie che aveva scritto in attesa che finisse il temporale. Meglio and˛ al Capo della Provincia Mario Bassi, processato a Milano, ultima sua sede prefettizia (non seguý Mussolini nella fuga) condannato, malgrado i pesantissimi reati (deportazione di ebrei e fucilazione di partigiani) a soli 8 anni e 6 mesi di cui 5 condonati. Lasciato San Vittore fece l'avvocato, spos˛ una rampolla dell'entourage Agnelli e visse a Roma, impagabile "porto delle nebbie".
Dice la scritta del cippo di Cugliate: "L'8 marzo 1944 su queste zolle al fatidico grido di "Viva l'Italia libera!", Pietro Pagliolico, volontario della LibertÓ, da Casale Monferrato, trucidato dai sicari fascisti, fece olocausto della propria giovinezza. L'Italia libera di oggi sia degna del suo sangue e della sua vita".
Parole come pietre. Dovremmo vergognarci. Chi passasse di lÓ per favore metta un fiore.


nella foto:
Pietro Pagliolico
di: Franco Giannantoni
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