» STORIA - 02/10/11
TORNA DA MAUTHAUSEN E VIENE SPRETATO
Andrea Gaggero, sacerdote, partigiano e fondatore della Marcia della Pace di Assisi
Scorrevo giorni fa con Onorina Brambilla, "Sandra", storica gappista milanese, moglie della medaglia d'oro Giovanni Pesce, comandante del III GAP, il lungo elenco dei prigionieri italiani, militari, ebrei, antifascisti, del campo "di smistamento e di polizia" di Bolzano-Gries voluto dalla RSI e dai tedeschi dopo il forzato abbandono del campo di Fossoli per via dell'avanzata alleata, quando, al numero di matricola 4035, mi sono imbattuto nel nome di Andrea Gaggero, allora ventottenne, genovese, figlio di operai, sacerdote dal 1940 e pastore della Congregazione dei Padri Filippini di Genova.
Perché era finito lì, cosa aveva compiuto di tanto grave per meritare quella pena, qual era stato successivamente il suo destino? Mentre la chiesa della gerarchia, quella "alta", trescava con il regime, il "basso clero" di cui don Gaggero faceva a pieno titolo parte, i parroci di montagna (quanti al nostro confine con la Svizzera!), i preti dei quartieri operai e delle borgate, spendevano il loro apostolato per salvare vite umane, qualche volta mettendo in gioco anche la propria.
Don Andrea Gaggero, uno degli organizzatori nel 1961 della "Marcia della Pace" fra Perugia e Assisi con Aldo Capitini e Italo Calvino, di cui giorni fa si è festeggiato il cinquantesimo anniversario fra migliaia di giovani e uomini di buona volontà, l'omino allampanato con gli occhiali che spicca a sinistra della storica foto con lo striscione che aprì la prima edizione, scomparso a 72 anni nel 1988, era stato deportato a Mauthausen perché era un militante antifascista e un fior di partigiano.
Aveva voluto e saputo sfidare il potere di Mussolini. Si era schierato dalla parte giusta senza restare alla finestra in attesa degli eventi. Fu il solo prete a fare parte di un comando militare in territorio italiano, quello ligure, assieme a Mario Tarello, primo sindaco di Genova alla Liberazione, Franco Antolini, Adriano Agostini e Vladiniro Diodati; raccolse armi per combattere il nemico; la sua chiesa di san Filippo Neri in via Lomellina fu la base d'appoggio dell'attività di guerriglia.
Don Andrea fu un militante assai attivo, assieme ai componenti di quei gruppi cattolici antifascisti, già in prima linea nel 1936 prima che cadesse il fascismo. Educò, diffuse il verbo della libertà, aprì gli occhi a tanti giovani vittime del duce e dei suoi miti fallaci.
Per lui la svolta, come per migliaia di altri giovani, giunse dopo l'8 settembre. Don Gaggero, partigiano combattente, protagonista di audacissime imprese, nell'occhio delle polizie di Salò che avevano messo a fuoco il portato della sua condotta, fu catturato il 6 giugno 1944 nelle stesse ore in cui Roma veniva liberata. La solita spiata. Da quel momento ebbe inizio il suo calvario: picchiato, torturato dai boia della XXXI Brigata Nera "Aldo Parodi", segregato per quaranta giorni non aprì mai bocca al punto che fu trasferito al carcere di Marassi, processato dal Tribunale Militare Straordinario, condannato a diciotto anni di reclusione, infine deportato nel centro concentrazionario di Bolzano-Gries, il regno del sanguinario Michael "Misha" Seifert, l'ucraino ritrovato qualche anno fa in Canada, estradato e condannato all'ergastolo. Ma il pretino non si piegò: fra i settemila prigionieri, tutti in attesa di essere ingoiati nell'inferno dei lager del Reich, operò clandestinamente come a Genova, fece parte di un comitato politico, tenne le fila fra i vari blocchi, si preoccupò di alimentare i contatti con l'esterno, organizzò la posta fuori-censura. Una stella nel buio di quel luogo tristissimo, baracche e gelo, fame e violenza.
Il 14 dicembre 1944 mentre stava lavorando a qualcosa che potesse ricordare il Natale, un segno di cristianità e di fratellanza, giunse l'ordine della partenza, destinazione Mauthausen, dove la scala della morte e il peso delle pietre da portare su e giù determinavano il confine della vita. Don Gaggero sopravvisse con altri diciannove compagni ai quattrocento con cui partì da Bolzano con il suo "Transport".
Quando il 5 maggio 1945 fu liberato - mi ricorda Ibio Paolucci, ex firma dell'Unità, deportato a sua volta in Polonia, genovese e amico di don Gaggero che abitava come lui in via Sparta nel quartiere operaio di Sestri Ponente - avrebbe desiderato come prima cosa da uomo libero celebrare una messa. Ma proprio poco lontano dal campo, dal sacerdote a cui si era rivolto, parroco di una chiesetta, ebbe una risposta sconcertante prima che negativa. Era un nazista convinto malgrado tutto franasse! Don Gaggero non aveva con sé il "Celebret", l'autorizzazione canonica per operare. Come potesse disporne era un mistero, lui uscito dal lager della morte per puro miracolo! Il sacerdote ebbe maggior fortuna poco dopo in un vicino convento dove un gruppo di suorine non solo lo rivestirono dei paramenti sacri e si fecero benedire tutte felici, ma alla fine del rito gli prepararono un pranzetto con una bella frittata, patatine e pane fresco in un cesto di vimini, roba quasi dimenticata!
Tornato a Genova, segnato nel fisico ma desideroso di riprendere in pieno la sua missione, pose al centro del suo agire un solo obiettivo: lavorare per la pace. Aveva capito che solo da lì il mondo avrebbe potuto rinascere. Ma proprio questa battaglia, mentre l'Europa stava conoscendo nuove divisioni e la "guerra fredda", produsse una nuova profonda, lacerante ferita. Presente a Varsavia nel 1950 al II° Congresso dei "Partigiani della Pace", premio "Lenin" per la pace nel 1953, medaglia d'argento al Valor Militare della Resistenza, sembrò agli occhi destrorsi della chiesa genovese retta allora dal cardinale Siri uscire dalla "retta via". Quel mite, valoroso prete, segnato nelle carni dalle lame fasciste, apparve incarnare le vesti del "comunista". Uno scandalo da bloccare. Un cattivo esempio. Una forzatura che vide don Gaggero processato, con un'istruttoria durata ben tre anni, dal Sant'Uffizio "per grave disubbidienza" come si poteva leggere in un articolo dell'Osservatore Romano e nel 1953 "ridotto allo stato laicale". La "grave disubbidienza" era l'aver praticato gli ambienti operai dei cantieri genovesi e dell'antifascismo militante.
Don Gaggero, stremato e stordito, non aveva però rinunciato a battersi davanti ai "giudici" della sua chiesa accompagnato da quelle che aveva definito nel suo bel libro postumo edito da Giunti nel 1991 "Vestio da omo", "dalle mie tre guardie del corpo", Arrigo Diodati (il partigiano messo al muro a Bogliasco e "fucilato" ma scampato alla morte perché coperto da cadaveri dei suoi compagni), Giuliano Montaldo il regista di "Sacco e Vanzetti" e Gaetano De Negri "Giuliani", il produttore di tutti i film dei fratelli Taviani.
L'accusa, quella di "comunista", il sacerdote torturato peraltro non l'aveva mai respinta, visto che, come ebbe a precisare i "comunisti" "li aveva conosciuti nella Resistenza quando avevano tutto da perdere, compreso, spesso, la loro stessa vita".
"Ero andato incontro agli uomini - scrisse don Gaggero per motivare la sua scelta davanti agli inflessibili giudici di una Chiesa che in quelle vesti stentava a riconoscere, tanto era lontana da quella della sua quotidianità - con la speranza di cooperare alla loro fraternità. Dovevo invece assistere impotente alla loro divisione sempre più profonda. Sentivo però che dovevo fare qualcosa per impedire, per quanto dipendeva da me, che gli uomini si dividessero in un modo irreparabile. È così che, quando dinanzi alle esasperazioni della guerra fredda, fomentatrice di irriducibili contrasti, sorsero le prime iniziative di distensione e di pace, io non seppi e non volli sottrarmi".
Per i poveri del porto e dei cantieri restò sempre l'amatissimo don Andrea. Un tumore nel 1988 gli spezzò la vita. Una vita esemplare.


Nella foto: don Gaggero regge uno striscione con Italo Calvino alla marcia Perugia-Assisi del 1961
di: Franco Giannantoni
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