» Lettera da Roma - 02/10/11
LE FAMIGLIE NUMEROSE SCENDONO IN PIAZZA
Un gesto clamoroso per allertare la politica che dorme
Ho partecipato alla protesta dell'Associazione Famiglie Numerose davanti a Montecitorio.
Armati di passeggini e zaini scolastici, alcuni papà e mamme si sono incatenati davanti alle transenne che circondano l'obelisco di Psammetico I (curiosità storica: è l'unico insieme a quello di Villa Mattei dove tutti i componenti della meridiana sono intatti). Ci siamo accampati un pomeriggio (quello del voto contro l' arresto di Milanese) per testimoniare le nostre ragioni. Sui cartelli slogan come: "Più figli, più futuro"; "Che fine ha fatto l'articolo 31 della Costituzione?"; "Culle vuote = Paese per vecchi" e così via. Qualche politico (più dell'opposizione che non della maggioranza) è sceso a incontrarci, molti passanti hanno preso il volantino, diverse TV e giornali hanno chiesto interviste. Come al solito promesse tante, ma sui fatti staremo a vedere.
Certo, non avrei mai pensato di arrivare a questo punto. Dover compiere un gesto clamoroso per ricordare alla politica che famiglia e figli sono un valore per tutto il Paese e non solo per chi li mette al mondo. Padre di cinque figli (da ventisette a sedici anni), sposato da ventotto con Chiara, giornalista con un buon stipendio, mi son visto nel giro di soli tre mesi tagliare le detrazioni fiscali, diminuire quelle sanitarie, aumentare l'IVA di un punto. Due conti in tasca: tre-quattromila euro di spese in più all'anno. Ma accanto a me, che pur mi considero un privilegiato, manifestavano genitori da Milano a Napoli, da Trieste a Sassari, famiglie di cinque, sei persone che tirano avanti con duemilacinquecento euro al mese: e la manovra va a colpire anche loro!
Ma non è solo una questione di soldi. Dietro a questa battaglia, che per alcuni è comunque ormai questione di pura sopravvivenza, se ne svolge un'altra ben più sottile.
La famiglia infatti è una risposta ragionevole e profondamente rispondente alle esigenze dell'uomo e della donna. Chi di noi, laico o credente, non desidera, dal profondo del cuore, che la propria, breve, avventura umana, non trovi il suo prosieguo in un figlio? Chi di noi non vuole trovarsi in rapporto con gli altri sin dai primi anni della propria vita? Fratelli, sorelle compagni nell'avventura con il Destino? O forse qualcuno pensa che siamo stati messi al mondo per essere soli?
Eppure oggi è proprio questo punto a essere messo in discussione dalla mentalità contemporanea. Non è la prima volta nella storia dell'Occidente che diminuisce il tasso di fertilità: ma è la prima volta che il non aver figli è vissuto culturalmente e senza apparente rimpianto, come uno status sociale. Lo dimostrano la constatazione che la denatalità in Europa è iniziata ben prima della crisi economica ma anche i crescenti sguardi di sospetto o malcelato compatimento rivolti a chi ha quattro-cinque figli o a chi ne fa uno a vent'anni.
Il mercato è diventato il grande arbitro della nostra salute sessuale, in uno stravolgimento epocale che genera alla fine problemi di invecchiamento sociale mai visti prima. Eppure nessun politico sembra avere voglia di mettere mano al problema. Sono gli stessi giovani a non farne una priorità: derubati culturalmente ed economicamente del loro futuro, sono convinti che il mondo è destinato solo a "chi sa consumare" e non "a costruire" .
E questo è in primo luogo un problema di ragioni. Quelle che un giovedì di una settimana romana abbiamo provato a portare a Montecitorio.


di: Paolo Cremonesi
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