» STORIA - 09/10/11
POLETTI E BONFANTI, ABBRACCIO NELLA VARESE LIBERATA
Fu il sindaco comunista a ricevere il capo degli Alleati insignito della cittadinanza onoraria
Era il mattino del 23 luglio 1945. Il sole splendeva alto, i Giardini Estensi, dopo la trionfale sfilata del 3 maggio delle forze partigiane varesine guidate dal comandante del Corpo Volontari della Libertà, il liberale avvocato Maurizio Belloni "Spina", dal presidente del CLN l'azionista ingegner Camillo Lucchina "Sant'Antonio", da Giuseppe Macchi "Claudio" comandante della 121a Brigata Gap Garibaldi "Walter Marcobi" e da Federigo Noe "Locatelli" comandante della 148a Brigata "Matteotti", si accingevano ad ospitare il colonnello Usa Charles Poletti, governatore Alleato della Lombardia, uno fra i più prestigiosi ufficiali dell'esercito statunitense.
Poletti era stato fra i primissimi a sbarcare nel luglio del 1943 in Sicilia dove, come prima mossa, aveva fatto liberare dal penitenziario di Favignana alcuni influenti capi mafiosi, da Calogero Vizzini a Giuseppe Genco Russo, per potersi muovere più autorevolmente nel territorio controllato dalle cosche (il capo mafia italo-americano Vito Genovese fu il suo interprete e confidente ufficiale) per poi diventare il governatore e risalire a Napoli e a Roma dove aveva assunto la direzione militare delle forze di liberazione. Una personalità di spicco non immune da ombre quando il potere lo aveva messo a contatto con la grande criminalità e la massoneria in grado di condizionare gli equilibri politici del Sud.
Il motivo della visita a Varese, nello splendore della casa comunale e dei giardini pubblici addobbati a festa, era molto particolare. La concessione della cittadinanza onoraria voluta con il decreto n. 235 della Giunta municipale emesso il 28 giugno precedente. Il riconoscimento concesso sino allora a pochi cittadini, tra cui nel 1931 a Mussolini, era legato al fatto che la madre di Poletti, Carolina Gervasini, era varesina a differenza del padre Giuseppe, uno scalpellino di Pogno nei pressi del Lago d'Orta.
Un grande onore per Varese ma anche per lo stesso alto ufficiale che, accompagnato dal suo più stretto collaboratore, il tenente italo-americano Paul Moriconi, non aveva voluto mancare alla cerimonia. Nato il 2 luglio 1903 a Barre nel Vermont, la patria degli scalpellini italiani emigrati in massa (moltissimi i varesini e soprattutto i viggiutesi), Poletti si era sempre sentito profondamente italiano. Laureato ad Harvard, avvocato, esponente del partito democratico, 46° governatore di New York nel 1942, assistente speciale del Ministro della Guerra, a conoscenza della lingua degli avi, era sbarcato ad Algeri nel maggio del '43 e aveva concorso a "liberare" l'Italia risalendola coi tedeschi in fuga.
Varese era stato un felice approdo dopo che il 20 luglio, solo tre giorni prima, aveva visitato il paese natale del padre, accolto dalla zia Savina (l'ultima dei Poletti) e dal leggendario comandante partigiano della Valsesia, il comunista "Cino" Moscatelli. A Novara lo avevano salutato il vescovo Leone Ossola, un cappuccino amico della Resistenza, il prefetto Piero Fornara, il professore Ettore Tibaldi, presidente nell'ottobre del 1944 della Libera Repubblica dell'Ossola.
Quando era giunto a Varese in macchina da Milano, la folla che aveva occupato la via Sacco, l'aveva a lungo applaudito. I primi ad abbracciarlo erano stati i parenti varesini, poi le autorità comunali e provinciali e infine i tanti partigiani, anche i meno noti delle formazioni minori, alcune costituitesi all'ultima ora.
Se Poletti era il "pezzo grosso", il militare pluridecorato, profondamente inserito nel tessuto nazionale, il grande condottiero, al contrario l'autorità più alta in grado di Varese in quella giornata particolare che avrebbe dovuto fare il discorso ufficiale e conferirgli la cittadinanza onoraria, era il sindaco Enrico Bonfanti, quarantaquattro anni, un uomo semplice, minuto, operaio verniciatore, per giunta un comunista, un "rosso" in una plaga bianchissima e padronale che con il fascismo aveva trescato in larga parte e che alle "amministrative" del 1946 avrebbe rialzato la testa sotto altre spoglie, quelle ultramoderate e filo-atlantiche, con un largo successo democristiano (14.346 voti la DC contro i 4.190 dei comunisti, gli 11.876 dei socialisti e i 782 del Partito d'Azione).
Bonfanti era stato indicato all'unanimità sindaco della Liberazione. Aveva ottenuto l'incarico di primo cittadino dal Comitato di Liberazione Nazionale in virtù del suo passato di combattente per la libertà e per gli alti prezzi pagati alla dittatura.
Arrestato negli anni '20 e condannato a cinque anni di reclusione dal Tribunale fascista "per motivi politici", una volta liberato era stato inviato al confino dell'isola di Ponza, uno dei luoghi concentrazionari del regime con Ventotene e Santo Stefano. Prosciolto con la condizionale, aveva fatto un salto a Varese per emigrare rapidamente nel 1933 in Svizzera. Tre anni dopo, all'esplodere della guerra civile in Spagna con l'Alzamiento contro la libera Repubblica dei militari golpisti di Franco e Mola, era partito per Albacete, il centro di raccolta delle Brigate Internazionali, entrando a far parte della brigata "Garibaldi" dei volontari antifascisti italiani. Si era comportato da coraggioso, era stato ferito nella battaglia dell'Ebro, un interminabile confronto di mesi fra le parti, le une con poche armi animate dalla solidarietà planetaria e dalla speranza della libertà, le altre alimentate dalle truppe del duce e di Hitler e dai coloniali de Tiercio d'oltremare. Per Bonfanti non era ancora finita.
Lasciata la Spagna nel 1939, era finito nelle braccia dei francesi che lo avevano internato nei campi di Argéles e poi di Gurs, freddi ed inospitali. Nel 1940 era stato rinviato in Italia e i fascisti varesini non avevano trovato soluzione migliore che disfarsi di questo "pericoloso ribelle" facendogli assaggiare per la seconda volta quella che tempo fa il nostro simpatico premier Berlusconi ha definito una "villeggiatura" e altro non era che il confino nell'isola di Ventotene. Venuto il 25 luglio aveva guadagnato il continente e da Civitavecchia era rientrato a casa, il tempo di conoscere la tempesta dell'8 settembre e di far parte della 121a brigata Garibaldi e battersi nella Resistenza.
Bonfanti non aveva quel 23 luglio 1945 medaglie da esibire - cicatrici fisiche e morali quelle sì - ma aveva comunque fatto la sua bella figura, stretto in un improbabile doppiopetto con tanto di cravatta, lui uso a vestire la tuta da operaio, e un nastrino tricolore. Le cronache del tempo riportano assai poco di quanto aveva pronunciato in quella occasione. Un saluto deferente, il grazie per gli aiuti militari e finanziari ricevuti dagli Alleati (con gli accordi di Caserta del novembre 1944 stabiliti dalla "Missione" di Alfredo Pizzoni, Ferruccio Parri, Edgardo Sogno e Giancarlo Pajetta, erano arrivati centosessanta milioni il mese da dividere fra le formazioni), i complimenti per il riconoscimento, un breve riassunto delle locali imprese partigiane.
Alcune rare fotografie lo ritraggono mentre parla dal balcone interno di Palazzo Estense fra il presidente del CLN Camillo Lucchina, il prefetto Carlo Tosi, gli assessori Alfredo Brusa Pasquè (socialista) e Eugenio Maroni Biroldi (liberale) e i vigili urbani in divisa d'onore. Altre lo fissano mentre si attarda in cortile fra Poletti e la popolazione festante. Fra le mani ha ben stretto il testo del discorso appena letto. L'immagine che pubblichiamo, inedita, propone i due, Bonfanti e Poletti, sorridenti davanti all'obbiettivo del fotografo che, data l'occasione, non poteva che essere il cavalier Alfredo Morbelli, il più noto e bravo della città.
Bonfanti nel marzo del 1946 passò la mano al sindaco Luigi Cova, socialista, già primo cittadino all'avvento del fascismo. Fu una ricompensa all'uomo che era stato brutalmente cacciato nel 1924 dalle squadracce fasciste e bollato, mentendo, come un antesignano "tangentista" per stanziamenti legati al Casinò del Palace Kursaal.
Bonfanti continuò a lavorare e a battersi per la democrazia che aveva contribuito a ripristinare. Morì nel 1964 a sessantatre anni. Molto più lunga l'esistenza di Charles Poletti diventato senatore al Congresso. Visse fino al 2002. Quando scomparve aveva novantanove anni. Varese non mosse nella circostanza un dito. Eppure era un suo cittadino illustre.


Nella foto: Bonfanti e Poletti in una rara fotografia di Alfredo Morbelli
di: Franco Giannantoni
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