» ECONOMIA - 16/10/11
L'EUROPA A DUE VELOCITÀ
Così l'Italia è finita dietro la lavagna, ma forse può ancora uscirne
Nella scuola degli anni '50 le lavagne non erano appese ai muri, ma erano inserite in monumentali piedistalli di legno per poter essere facilmente capovolte perché di solito da una parte erano lisce, dall'altra a righe o quadretti. Lasciavano lo spazio quindi per dare una punizione agli alunni indisciplinati che venivano mandati "dietro la lavagna"perché continuassero a seguire la lezione, ma stando in piedi e zitti.
Nessuno lo ha detto esplicitamente, ma nell'aula europea l'Italia è stata mandata dietro la lavagna mentre il presidente francese Nicolas Sarkozy e il cancelliere tedesco Angela Merkel si sedevano in cattedra. È stato così che di fronte alla crescenti preoccupazioni di una crisi finanziaria senza precedenti Francia e Germania hanno deciso di prendersi le loro responsabilità varando due interventi: da una parte varare una serie di misure da presentare al vertice europeo prima e al G20 poi, e dall'altra garantire la massima disponibilità finanziaria per sostenere le banche anche attraverso robuste iniezioni di capitale.
Un vertice franco-tedesco che ha dimostrato due cose: in primo luogo che la crisi è molto grave e non sarà facile venirne a capo, in secondo luogo che l'Europa è ormai divisa in due, con le nazioni del Nord che devono fare di necessità virtù ed aiutare le nazioni del Sud ad uscire dalla crisi del debito. Il nuovo asse tra Berlino e Parigi costituisce in fondo la dimostrazione di come non solo la Grecia, ma anche la Spagna e l'Italia siano considerate nazioni da salvare per evitare che i loro squilibri trascinino nella crisi l'intero sistema bancario europeo.
Ma come! L'Italia è uno dei paesi fondatori dell'Europa e dell'euro, ha un'economia almeno pari a quella della Francia, ha certamente un forte debito pubblico, ma ha dimostrato negli anni di saperlo gestire e sostenere molto bene. E allora come si permettono Parigi e Berlino di non invitare Roma al tavolo del direttorio?
È certamente possibile protestare (come ha fatto il giorno dopo il ministro degli Esteri, Franco Frattini) ma i fatti sono di clamorosa evidenza. E i fatti dimostrano che dopo essere stata una forza trainante nei primi decenni del cammino europeo ora l'Italia è diventata un paese in seconda o terza fila non tanto per la propria forza economica, quanto per quelle che potremmo chiamare l'affidabilità e la credibilità politica.
Per ridare fiducia ai mercati è necessario che le economie riprendano a crescere, garantendo con la crescita economica la sostenibilità e il rientro graduale dai debiti, e che nello stesso tempo i Paesi attuino adeguate misure strutturali per rompere al più presto la spirale che vede affrontare con altri debiti i problemi del debito.
L'Italia è allora in prima linea. Un'Italia che ha appena varato due manovre finanziarie e che ha garantito che raggiungerà il pareggio di bilancio già nel 2013, ma queste stesse manovre finanziarie hanno avuto il loro punto d'attacco in un aumento sostanzioso della pressione fiscale che il prossimo anno supererà il 44% del Prodotto Interno Lordo. Questo non potrà certo avere un effetto positivo sulla crescita ed è del tutto verosimile che continuerà anche nei prossimi anni la sostanziale stagnazione che caratterizza l'economia italiana. L'Italia avrebbe bisogno di un sostanzioso taglio non solo della spesa pubblica, ma soprattutto dei "costi della politica", avrebbe bisogno di limitare i centri di spesa, di riformare seriamente le pensioni e di investire risorse sulle famiglie e sui giovani. Ma di dimezzare il numero dei parlamentari, di abolire le province, di vendere il patrimonio pubblico si è parlato molto e non si è fatto nulla. (A proposito perché non si è ancora riusciti a vendere o a rendere utile alla città quel fatiscente monumento pubblico che è la caserma Garibaldi in pieno centro a Varese?). La politica ha dimostrato ancora una volta nelle ultime settimane di non essere capace di riformare se stessa. Ed è questa la vera malattia italiana.


di: Gianfranco Fabi
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