» STORIA - 23/10/11
IL BIMBO EBREO SALVATO DA UNA SUORINA
Strappato al destino di Auschwitz da un'Ancella di San Giuseppe
Oggi Gabriele Balcone, milanese, ebreo misto secondo la legge della Repubblica di Salò, ha settantadue anni. Ha fatto per una vita il fotografo a Sydney in Australia dove è emigrato con la famiglia subito dopo la Liberazione accompagnato dai fantasmi della prima età, l'arresto, la prigione, la fuga, la solitudine.
Non finì ad Auschwitz per il coraggio di uomini e di donne, medici, infermieri, partigiani, che rischiando la vita lo strapparono alla morsa tedesca. A Varese Gabriele che nel 1943 aveva quattro anni ebbe la ventura di incontrare nella Casa della Congregazione "Ancelle di San Giuseppe" di via Griffi una suora che lo strappò con un geniale stratagemma al viaggio quasi certamente mortale. Era stata Lina Manni, futura Madre Superiora di "Casa Famiglia", poco più che ventenne, a compiere il miracolo.
La storia s'inizia l'8 dicembre 1943. In una villetta di Oronco, il borgo ai piedi del Sacro Monte, arrivano trafelati da Milano Angelo Balcone, quarant'anni, commerciante, ariano; la moglie Edvige Epstein, trentun anni, ebrea, austriaca; Gabriele, il figlioletto, ebreo misto (frutto della coppia ariano-ebrea) e l'insegnante Luisa Schlesinger, quarant'anni, ebrea austriaca, leggermente claudicante per una zoppia. Il gruppo che ha già trattato a Milano con i rappresentanti dei "passatori" la fuga in Svizzera per la somma di diecimila lire a testa a cui, in extremis, si era aggiunta una richiesta straordinaria, data la difficoltà dell'impresa, di altre diecimila lire (quarantamila in tutto perché il capofamiglia Angelo, ariano, non sarebbe in quel momento espatriato), ventiquattro ore dopo parte in macchina per Luino.
La caccia antisemita è in pieno svolgimento, gli ebrei stanno cadendo a decine nelle maglie del V Grenwache, la polizia confinaria germanica di stanza a Varese a Villa Concordia-Zanoletti in via Solferino e della Milizia Confinaria della RSI. Occorre stringere i tempi. I tre fuggiaschi, Edvige, Gabriele e Luisa, hanno con sé delle valigie con il necessario per mantenersi in Svizzera. Una volta a Luino alloggiano all'Albergo "Impero" in prossimità di Germignaga di proprietà da Elio Cappelli, un toscano sfollato, di Vinci.
Verso le 19 del 9 dicembre i tre sono raggiunti da Angelo Balcone che ha il compito di definire gli ultimi dettagli e prendere contatto con i "passatori" che dovranno accompagnare la moglie, il figlio e l'amica lungo le montagne. Un percorso orograficamente non facile, zeppo di insidie naturali e battuto in lungo e in largo dagli sgherri nazifascisti. Tutto sembra sistemato. Purtroppo non sarà così.
Trascorsa la notte, quando i Balcone, registrati benevolmente come "ariani" nel registro alberghiero, scendono in strada per incontrare i loro accompagnatori, all'altezza della "Trattoria del Ponte", un punto discreto, trovano ad aspettarli gli agenti della polizia fascista Ferruccio Gambato e Umberto Guglielmo Satriani. Qualcuno ha fatto la spia. I sospetti cadranno sul titolare dell'Albergo "Impero" che, processato nel dopoguerra dalla Corte d'Assise di Varese, sarà assolto per insufficienza di prove.
I quattro sono accompagnati all'Ufficio di polizia locale e poi affidati al Comando tedesco di frontiera di Luino. L'interrogatorio è pesantissimo. L'accusa è di appartenenza a una razza nemica, quella ebraica, in base all'articolo 7 della "Carta di Verona", la Costituzione della nuova Repubblica del Duce, e di tentativo di espatrio clandestino. Quello che i Balcone avevano con sé, viene confiscato.
Il verbale deve essere conosciuto per la barbarie che sottende all'elencazione quasi maniacale degli oggetti repertati, un modo osceno per mettere a nudo l'intimità delle vittime: "lire italiane 54.200, franchi svizzeri 550, franchi francesi 150, sette braccialetti d'oro, una spilla con brillantini da donna, una catena d'oro, un orologio d'argento uso polso, da donna, un portasigarette d'oro, un porta cipria in oro massiccio, un orologio d'oro da polso da donna, un portafogli con lire 635, un portamonete con franchi svizzeri 92, una borsa con diversi oggetti da cucire, un paio di pantofole per ragazzo, una sottana da donna, una cintura in pelle, un paio di pantofole, un paio di scarpe da donna, una giacca da notte da donna, una camicia da donna, un vestito da donna di lana marrone, un pigiama per bambino, due paia di forbici e una limetta per pulizia delle unghie, un paio di calze per bambino, sei ferri da calza, una forbice da unghie e un ombrello da uomo, uno zaino per uso montagna, mutande, generi mangerecci".
È a questo punto che appare in tutta la sua grandezza, con comportamenti di altruismo straordinari e, dato il momento, passibili di arresto, suor Lina Manni, a Varese dal 1937. Infatti mentre Angelo Balcone, dal carcere di Varese era passato a quello di Como e poi a San Vittore di Milano da cui sarà scarcerato nel febbraio 1944 in quanto riconosciuto a tutti gli effetti "ariano", la moglie Edvige, il piccolo Angelo e Luisa Schlesinger, poiché il carcere dei "Miogni" non aveva più spazio per i detenuti, erano stati reclusi "manu militari" in Casa "San Giuseppe" retta da monsignor Carlo Sonzini. Era la prassi dell'occupante. Suor Lina, la responsabile dell'accoglienza delle ragazze che mettevano piede a Varese in cerca di lavoro, da quel momento era diventata anche l'affidataria dei Balcone. Una sorta di sbirro in abito talare. Qualsiasi cosa fosse loro successa, la responsabilità sarebbe ricaduta sulla religiosa.
La condizione di segregazione non aveva impedito che si studiasse senza perder tempo un "piano" per mettere in salvo almeno il piccolo Gabriele. Suor Lina rappresentò l'ingranaggio centrale del rischiosissimo progetto a cui non si sottrasse.
Mentre Edvige Epstein e Luisa Schlesinger il 17 dicembre 1943 vennero deportate (la prima miracolosamente sopravvivrà dopo aver girato per l'intero inferno concentrazionario, compreso Birkenau e Bergen Belsen; la seconda fu gassata ad Auschwitz il 6 febbraio 1944) fu proprio la giovane suora il 21 dicembre a governare il trasferimento di Gabriele, colpito da "improvviso" attacco d'appendicite (era stata questa la geniale molla della trappola!) da "Casa Famiglia" all'esterno dove il dottor Ambrogio Tenconi, in attesa con una vettura, si era incaricato di ricoverarlo all'Ospedale di cui era un primario per sottoporlo ad un intervento chirurgico.
Tutto funzionò alla perfezione. Anche la seconda fase andò a buon fine: qualche ora dopo don Andrea Ghetti, sacerdote di punta dell'Organizzazione Oscar (per il salvataggio dei ricercati cattolici), lo studente Francesco Moneta, l'ingegner Uccellini e Napoleone Rovera irruppero armati in corsia, presero, con la collaborazione di suor Giulia, Gabriele operato "per finta" da Tenconi e lo portarono, prima in piazza Battistero in casa di don Natale Motta, grande antifascista, e poi al sicuro in Brianza nell'abitazione delle sorelle di don Motta.
Ebbi modo di rievocare un frammento di questa drammatica pagina poco conosciuta della Resistenza varesina nel corso di un intenso rapporto epistolare con la signora Edvige Epstein che viveva a Sydney. Non fu facile trovarla e poi farle ricordare fra l'altro quella terribile esperienza ma in una sua lettera del 20 agosto 1982 si aprì al ricordo dei suoi benefattori: "In Casa San Giuseppe di Varese chiesi ed ottenni di parlare con il dottor Tenconi che già ci conosceva per aver avuto mio figlio Gabriele in cura per ripetuti attacchi di tonsillite. Gli chiesi di salvarmi in qualche modo mio figlio e lui subito dispose per il ricovero d'urgenza all'ospedale per un attacco di appendicite acuta. Il miracolo del salvataggio di Gabriele fu iniziato dalla coraggiosa caritatevole azione tempestiva del dottor Tenconi e di suor Lina Manni cui va la mia perenne gratitudine. È a questo punto, come ho poi saputo, che è entrata in azione quella benedetta organizzazione di quegli eroici uomini che si sono addossati la pericolosa missione di salvare i perseguitati: dottor Uccellini, don Natale Motta, don Carlo Sonzini, don Aurelio Giussani e altri di cui non avevamo mai sentito parlare prima. Gabriele fu portato a Erba e poi a Ponte Lambro dove mio marito poté rivederlo nella casa del fratello di don Natale e riportarselo via".


nella foto: Suor Lina Manni
di: Franco Giannantoni
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