» CHIESA - 23/10/11
I PRESBITERI DISTRATTI
Colpi alla fede e colpi di sonno
Mi si perdoni la franchezza e non si fraintenda questo breve scritto. Non perseguo fini laicistici, profanatori o dissacratori, men che meno ateistici. Non nutro astio o rancore per la Chiesa cattolica e i suoi ministri, né sono anticlericale. Non posso però non riflettere su ciò che ho visto qualche giorno fa.
Verbania, auditorium del Chiostro (ex Famiglia studenti, centro turistico-cultural-sociale di proprietà della Diocesi), cerimonia finale del premio letterario dedicato al Beato Contardo Ferrini. La sala è piena per più di tre quarti, fa caldo e da venti minuti buoni sta parlando lo psicoterapeuta cattolico Meluzzi. Il tono forse è un po' monotono. Il costrutto dialettico é sicuramente impegnativo. Impegnativo è anche il tema. Si parla di famiglia, di educazione, di fede, di cristianesimo. Meluzzi sforna metafore illuminanti e illuminate, lancia messaggi, invita alla riflessione. Nega l'importanza della politica, spiega la responsabilità e la corresponsabilità nella famiglia, pone al centro dell'educazione il ruolo di chi deve trasmettere l'esempio. Spiega che l'educatore è colui che porta la sua testimonianza e la propaga agli altri, come faceva Cristo. Nel suo abile e affabile discorso evita giudizi tranchant, non emette sentenze. Osserva e, con un certo agire maieutico, lascia che ciascuno tragga le proprie riflessioni. È difficile non ascoltarlo con interesse e difatti si percepisce un auditorio incuriosito e fecondo.
Tra il pubblico è presente anche una mezza dozzina di preti, parroci della città e del circondario. Meluzzi non parla direttamente a loro ma a un certo punto parla anche di loro. "Se nelle parrocchie si facessero meno grandi dibattiti sull'ambiente, sull'immigrazione, sul lavoro e si facessero più dibattiti su Cristo e i suoi insegnamenti...". Il tono è garbato e la frase non suona come un anatema. Eppure - provocatoria - colpisce, coglie nel segno il pubblico che la associa subito a quell'idea di cristianesimo "stantio", almeno nell'esteriorità e nella percezione, di cui lo psicoterapeuta aveva parlato poco prima.
Al suono di quel messaggio io, che sedevo poco lontana dai presbiteri sopraccitati, ho cercato di intercettarne l'espressione. Dei tre parroci che avevo innanzi uno mi volgeva le spalle e di due, posti in diagonale a me, scorgevo il volto. Tra quelli "in vista" uno era davvero interessato. L'altro, due sedie oltre, poggiava i gomiti sulle ginocchia per sorreggere il capo come se stesse concentrandosi ma pareva orientato a appisolarsi. Il terzo, una fila sotto, se ne stava con le braccia conserte. A un tratto quelle braccia si sono sollevate di un poco, lasciando spazio a una sonora russata interrotta dallo sgomitare del vicino. Tutti e tre hanno lasciato la sala qualche minuto dopo la conclusione dell'intervento.
Senza voler generalizzare, né banalizzare e tralasciando l'identità dei sacerdoti - ha poco valore per ciò che voglio dire - mi permetto di esternare l'impressione ricavata sabato pomeriggio. Cioè l'impressione di una Chiesa che oggi più che mai avrebbe bisogno di dialogare, di farsi sentire prima che di farsi ascoltare, di essere presente. Contro il pensiero debole e il relativismo e in un mondo inflazionato dalla troppa comunicazione, una voce forte, semplice, univoca e vicina all'uomo, alla persona, sarebbe probabilmente di grande conforto. È vero che la fede appartiene a una sfera non terrena e che coloro che devono propagarla sono invece terreni quanto e come noi, ma l'immagine continua a risultarmi stonata.


di: Emilia Malpaga
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