» EDITORIALE - 23/10/11
LA PAURA DEL PARTITO CRISTIANO
Un progetto inclusivo che esclude i tentennamenti
Ma per quale motivo non potrebbe nascere un partito d'ispirazione cristiana, con un programma riformista e liberale? Con un obiettivo di fondo laico: fare quel che si deve (non solo quel che si può) a favore del laikòs, il popolo? Con una partecipata accettazione del progetto da parte dei cattolici, che curiosamente ne diffidano e quasi l'avversano?
È singolare come si tenda a escludere, e perfino a demonizzare (absit iniuria) tale eventualità. Nel convegno dei giorni scorsi a Todi, l'associazionismo cattolico ha codificato il pronunciamento già noto: bisogna cambiare. Visto che non si può cambiare Paese - qualcuno magari sì, milioni d'italiani no - cerchiamo almeno di cambiare governo, e soprattutto modo di governare. Non si tratta di virare a sinistra abbandonando la destra. Si tratta di far bene anziché di non farlo. La storia degli ultimi anni racconta che si è fatto male. E dunque: se dal mondo cattolico si esprimono idee ed energie capaci d'ammodernare il vecchiume che ci ammuffisce e paralizza, che cosa vieta d'attingervi? Non solo: perché bisognerebbe utilizzarle, le idee e le energie, solo se al servizio di partiti distribuiti sui due fronti del bipolarismo o aspiranti a insediarsi in un inedito e confuso fronte terzopolista?
L'unità politica dei cattolici a suo tempo fu un dogma. Poi archiviato, come capita anche ai dogmi. Ma se un'unità prepolitica dei cattolici - quale faticosamente s'è raggrumata nei mesi scorsi trovando infine la sintesi nel raduno umbro - riesce a proporre una soluzione praticabile per i problemi del Paese, perché rifiutarne a priori la traduzione in unità politica?
Il guaio è che per unità politica dei cattolici altro non s'intende che una riedizione della tramontata Democrazia Cristiana. Concettualmente si è lì e non ci si sposta da lì. Si potrebbe invece intendere la riunione d'un concerto di voci che sanno finalmente che cosa dire in un frangente epocale in cui non si sa che cosa fare. Dove sta l'errore? Non certo nel capire che bisogna guardare alle necessità vere delle persone, alle questioni non rinviabili che bloccano il progresso, al recupero e all'affermazione d'un profilo culturale dell'uomo che sia premiante di dignità, sobrietà, carità. A un rivoluzionario conservatorismo, insomma. Rivoluzionario e organizzato, risultando inservibile (dannosa) l'attuale anarchia dei moderati. L'errore di non pochi cattolici sta nel non credere in se stessi sino al punto di diffidare della propria capacità di rinnovamento. O meglio: d'avere contezza di poterla esercitare, però al prudente traino di altri e non trainando coraggiosamente gli altri.
Oggi affermare che si deve "interloquire con la politica" è affermare una parte del tutto. Il tutto è che si deve "fare la politica" offrendo il meglio, dato che la politica offre il peggio. E se del caso, farla anche sotto le insegne d'un partito che abbia per obbiettivo il bene pubblico e per militanti quelli che lo vogliono perseguire. L'esperienza cristiana è un'esperienza comunitaria, associativa, allargata. Per sua natura inclusiva, non esclusiva. Dialettica, non egemone. Nata per essere oggetto d'attenzione, e non soggetto di prevaricazione. E allora, di che cosa si ha paura? Da quale complesso d'inferiorità si è frenati? Che tentennante remora si oppone al ragionevole tentativo di riempire il vuoto etico, politico e perfino istituzionale in cui galleggiamo? Non è questa, a pensarci attentamente, la missione non negoziabile dei cattolici?


di: Massimo Lodi
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