» EDITORIALE - 06/11/11
COME A SAGUNTO
Espugnate le mura del buonsenso
Da Tito Livio, Storie: "Dum Romae consulitur, Sagunthum expugnatur". Mentre a Roma si discute, Sagunto viene presa dal nemico. Gli ambasciatori romani (219 avanti Cristo) s'erano precipitati sulle rive del Tevere per sollecitare l'intervento a difesa della città alla periferia del dominio, assediata dai Cartaginesi. Roma tergiversò a lungo. Troppo. Passarono otto mesi di combattimenti e Annibale conquistò Sagunto, radendola al suolo.
Siamo ora come allora. A Roma chiacchierano, indugiano, si lambiccano. E noi ci sentiamo come gli assediati da Annibale. Vediamo già salire i fumi delle prime (anche delle seconde) macerie, scorgiamo distruzioni etiche e miseria politica, osserviamo crolli economici e devastazioni sociali. Mandiamo ogni giorno disperati messaggi alla capitale, non più del mondo intero ma d'una penosa Italietta. Messaggi con richieste di mostrare realismo, umiltà, spirito di servizio pubblico. Macché. Avanti così, quelli del potere romano di oggi: insensibili agli appelli, impermeabili al buonsenso, refrattari al loro passo indietro per farne compiere uno in avanti a tutti.
Sta finendo tremendamente male l'epoca (l'epopea) del berlusconismo. Senza un ravvedimento, senza un'autocritica, senza un gesto che richiami il senso dello Stato, lo spirito nazionale, l'amore per la patria (la patria non è un'entità retorica, è il sentimento d'appartenenza a una comunità). Sarà condannato, il berlusconismo, dai Tito Livio del futuro. Dalla storia. Dagl'italiani. Ha promesso tutto e il contrario di tutto, non ha mantenuto nulla salvo che il nulla espresso dalla sua incapacità. Così manifesta da essere denunziata perfino da alcuni che fino a ieri l'hanno sostenuta e che vengono tacciati di tradimento. Ma quale tradimento. Il tradimento l'han subito gli elettori che hanno concesso la loro fiducia, ricevendo in cambio l'altrui fregatura.
Sembrerebbe ovvio, agl'ignari della pratica politica, che cosa dovrebbe fare la politica in questa emergenza: un governo delle forze migliori del Paese, un programma di salvezza economica e di equità sociale, la guida dell'esecutivo affidata a una personalità di prestigio internazionale, il traghettamento verso future elezioni da tenersi secondo regole che garantiscano un Parlamento di designati dai cittadini e non di nominati dai partiti. Ma nel PDL non c'è la forza (il coraggio) sufficiente per mettere in minoranza il premier, e nella Lega prevale la debolezza (la complicità) nel continuare ad assecondarlo. Chi potrebbe salvarci e non lo fa, alla lunga non salverà se stesso, oltre che l'Italia. Però sembra non rendersene conto. O non vuol rendersene conto. O pensa che, facendo finta di non rendersene conto, non gliene verrà chiesta ragione, nel giorno del giudizio (perché verrà, un giorno del giudizio). Si sbaglia: gliela chiederemo, insieme con i danni da pagare per la rovina di una, due tre generazioni.


di: Massimo Lodi
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