» ECONOMIA - 06/11/11
L'EURO, NON SOLO UNA MONETA
Progetto politico e saggezza delle regole
Nei giorni scorsi, invitato dai professori del Liceo Sacro Monte, ho cercato di spiegare a un gruppo di studenti delle ultime classi i problemi e le prospettive dell'attuale difficile momento economico. L'interesse con cui è stata seguita la lezione e soprattutto le domande che hanno occupato l'ultima parte della mattinata hanno messo in luce una forte attenzione ai temi dell'economia e un'altrettanto significativa preoccupazione per quanto sta avvenendo e per le prospettive che si aprono al sistema globale, e alla società italiana in particolare.
Con un punto significativo su cui si è soffermato l'interesse: l'Europa, con la sua moneta, i suoi impegni, i suoi problemi, da quello della Grecia a quello della crescita e quindi dell'occupazione.
L'euro, che ormai da poco più di dieci anni è la moneta corrente per le nostre piccole o grandi spese quotidiane, è sicuramente entrato nelle abitudini e nel modo di ragionare comune. Soprattutto i ventenni di oggi, che hanno conosciuto la lira per "sentito dire", hanno ormai l'euro come unità di misura, come punto di riferimento per valutare il costo di un bene e metterlo a confronto con il suo valore, con la sua utilità. Ma questo non toglie che ci si possa chiedere, come ha fatto uno studente dopo la mia introduzione, quali sono stati i veri vantaggi dell'euro e soprattutto se l'attuale crisi non sia anche, almeno un po', colpa della moneta unica.
In verità, come ho cercato di spiegare, l'euro non è solo una moneta. È una parte, tra le più importanti, del processo che ha come obiettivo la realizzazione di una vera unità politica europea sul modello di fondo degli Stati Uniti d'America.
Questo processo è iniziato subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, per ispirazione dei grandi statisti dell'epoca come Alcide de Gasperi, Jean Monnet e Roberto Schumann, che volevano superare le ragioni del conflitto ed avviare un cammino di solidarietà e di pace. Il primo passo fu la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio creata nel 1951 seguito poi dal passo fondamentale con l'istituzione della Comunità Economica Curopea fondata con i Trattati di Roma nel 1956.
Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo, definirono la progressiva attuazione di una realtà integrata con la libera circolazione delle merci, dei capitali, delle persone. Ai sei paesi fondatori se ne sono nel tempo aggiunti altri ventuno arrivando così all'Unione europea a ventisette e al trattato di Maastricht che nel 1992 ha rilanciato la dinamica dell'unità anche attraverso la creazione di una moneta comune a cui avrebbero potuto liberamente aderire tutti i paesi che si impegnassero ad una progressiva convergenza delle proprie economie attraverso una disciplina di bilancio tale da garantire solidità e credibilità.
Sono diciassette i paesi che hanno aderito all'euro. Alcuni sono rimasti fuori per scelta politica, come la Gran Bretagna, pur rispettando pienamente i parametri economici, altri, come i paesi che appartenevano al blocco comunista, per la transazione ancora incompiuta verso una vera economia di mercato.
Alla base dell'euro c'è quindi un progetto politico che mira ad una integrazione reale dei paesi europei in una Confederazione che controlli alcuni elementi fondamentali: la moneta appunto, ma anche la politica estera, la difesa, la sicurezza sociale; oltre alla dimensione monetaria che prevede una forte disciplina di bilancio espressa in quelli che vengono chiamati i "parametri di Maastricht": inflazione e rapporto deficit/Pil sotto al 3%, rapporto debito/Pil sotto il 60%. L'Italia ha ottenuto di entrare nell'euro rispettando solo i primi due punti, ma con la promessa di mantenere sotto controllo i conti in modo da ridurre progressivamente il debito.
I vantaggi dell'euro sono stati, soprattutto per l'Italia, immediati: drastico controllo dell'inflazione e abbassamento altrettanto drastico dei tassi di interesse.
Il problema è che questi vantaggi hanno sono stati utilizzati per nascondere più che per risolvere i problemi di fondo dell'economia italiana. Tanto che negli ultimi dieci anni la crescita è stata praticamente vicina alla zero, comunque la più bassa tra tutti i paesi europei. E il debito pubblico invece che diminuire ha ripreso negli ultimi anni decisamente a salire: certo, anche per effetto della crisi economica globale.
Ora si aspettano i provvedimenti per la crescita promessi all'Europa dal presidente del Consiglio. Ma per parlare di questi ci vorrebbe un'altra lezione. O almeno un altro articolo.


di: Gianfranco Fabi
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