» Opinioni - 04/12/11
CITTADINANZA, PROBLEMA URGENTE. E RINVIABILE
Il presidente Napolitano auspica una soluzione. Ma ci vuole un provvedimento organico e condiviso
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, alcuni giorni fa, ha espresso l'auspicio che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza per bambini nati in Italia da immigrati stranieri.
Bisogna ammettere che quella indicata non è proprio tra le priorità del momento, anche perché l'auspicio presidenziale andrebbe inquadrato nel più vasto problema dell'immigrazione. Problema che, lungi dall'essere governato, ha invece agglomerato intorno a sé soltanto altre complicazioni e vacanze legislative.
Oggi in Italia vivono oltre quattro milioni di stranieri - dei quali almeno 500mila sono clandestini - e questo significa che su 60 milioni di abitanti il 6,8% è costituito da immigrati (dati tratti dalla Rivista "Limes"). Nella sola provincia di Varese, per esempio, vivono all'incirca 80mila immigrati di 149 nazionalità e sette principali gruppi religiosi.
Ma se analizziamo il flusso degli immigrati, scopriamo due principali aree di provenienza, quella cristiana e quella islamica: dai Paesi di religione islamica arrivano prevalentemente uomini, da quelli cristiani prevalentemente donne. Ed è indubitabile che la maggior parte di questa gente, una volta giunta da noi, tenti di inserirsi nella realtà sociale e produttiva del Paese, ma è altrettanto indubitabile che per loro, a seconda della religione e dello sviluppo civile dal quale provengono, si impongono approcci integrativi e/o repressivi di tipo diverso.
In Italia, nelle comunità islamiche, i problemi sono connessi alla "resistenza integrativa" di soggetti permeati da un esasperato concetto della religione i quali, peraltro, non hanno una visione univoca della democrazia nella quale hanno scelto di vivere, visione che possiamo considerare di tre tipi: la prima rifiuta completamente la democrazia perché costituisce un sistema politico nato da una filosofia che l'Islam non riconosce, preferendo insistere sulla shura o processo islamico di democratizzazione (per gli islamisti algerini, ancora, la democrazia è addirittura kufr, cioè miscredenza); la seconda, maggioritaria nelle diverse concezioni islamiste, non rifiuta interamente la democrazia ma formula riserve su taluni suoi aspetti; la terza considera la democrazia, nonostante le sue origini occidentali, un sistema neutro assimilabile senza alcun pericolo per la religione.
In queste comunità con una percezione democratica così variegata, oltre ad agitarsi un fondamentalismo religioso sempre pronto a esplodere, operano organizzazioni malavitose dedite, prevalentemente, all'importazione e allo spaccio di stupefacenti. Mentre, nell'area cristiana, i problemi sono legati alla recrudescenza dei reati contro il patrimonio, contro le persone e al feroce sfruttamento della prostituzione. Sicché, nel nostro Paese, va delineandosi una nuova mappa delle organizzazioni malavitose: mafie indigene al Sud, mafie russe, albanesi, cinesi e nigeriane al Nord. Non a caso gli stranieri detenuti nelle carceri italiane sono un quarto del totale. Ma, mentre gli immigranti provenienti dalla Russia, dall'Albania e dalla Cina danno problemi che sono prevalentemente di ordine pubblico, quelli provenienti, invece, dall'orbe islamico originano problemi molto più complessi, perché hanno a che fare con l'etica e la religione.
Primo: ordinamenti giuridici italiani troppo permissivi, i quali hanno il potere di attirare tutti i balordi dell'Est per la commissione di reati che nei loro Paesi d'origine sarebbero severamente puniti, spesso anche con la morte. Secondo: si vanno accrescendo sempre più problematiche inerenti la fame, la desertificazione e le guerre interetniche, cause che spingono le popolazioni del Terzo Mondo a emigrare verso Occidente passando per l'Italia. E tali migrazioni, nel corso dei prossimi decenni, potrebbero toccare livelli da esodo biblico.
Troppo spesso, però, l'attenzione di noi italiani si è concentrata sulle differenze religiose e culturali dei migranti, invece di soffermarsi su quei fattori che ruotano intorno agli equilibri economici e sociali del nostro Paese. Perché è chiaro che i flussi migratori sono - almeno in parte - funzionali alle nostre esigenze produttive, ed è per questo che anche l'immigrazione clandestina va inserita nella logica strutturale del mercato del lavoro. Considerato che tali flussi rischiano di diventare un fenomeno ingestibile, sarebbe saggio imparare a governarli, tenendo ben presenti alcuni punti fondamentali: l'immigrazione tende ad insediarsi sempre più a Nord dell'Europa e, quindi, volente o nolente, la nostra penisola diviene un punto di transito e di insediamento; tale insediamento pone il problema dalla coabitazione con la popolazione locale, la cui identità viene avvertita come minacciata dall'accentuata percezione religiosa dei nuovi arrivati (questa è stata la ragione per la quale la maggioranza degli svizzeri - con un referendum - si è opposta alla costruzione di nuove moschee); dopo il trattato di Schengen, l'emigrazione verso i paesi del Centro e Nord dell'Europa è divenuta incontrollabile, sfuggente a qualsiasi censimento; l'emigrazione verso i paesi del Nord Europa costituisce una valvola di sfogo per l'equilibrio sociale dei Paesi che la originano e che, pertanto, essi non hanno interesse a disciplinare o frenare.
L'emigrazione è divenuta un processo irreversibile, che impone un nuovo tipo di rapporti internazionali e nuove strategie di governo, cosa che l'Italia non ha ancora imparato a fare, sottovalutando un avvertimento che lanciò l'allora presidente del Sénégal, Abdou Diouf: «Rischiate di essere invasi prestissimo da moltitudini di africani che spinti dalla miseria si rovesceranno a ondate sui paesi del Nord. E non vi servirà a nulla creare delle disposizioni di legge contro l'emigrazione, non riuscirete ad arrestare questa valanga come non è possibile arrestare il mare con le braccia. Il Mediterraneo non li potrà fermare. Sarà un fenomeno simile a quello delle orde barbariche che hanno invaso l'Europa durante il medioevo».
Probabilmente, Abdou Diouf aveva ragione, e questo rende ancora più grave la lentezza con la quale l'Italia sta prendendo coscienza di un fenomeno che va affrontato col cervello, e non con la "pancia", come spesso inclinano a fare le forze politiche. Pertanto, l'esortazione del presidente Napolitano, pur essendo legittima nella sostanza, è stata intempestiva perché rischia di innescare il precipitoso varo di un ennesimo provvedimento-tampone su di una materia che, invece, andrebbe affrontata organicamente, con la più ampia condivisione politica e senza striature emotive. E questo non è nelle possibilità (e nella durata) dell'attuale governo.


di: Vincenzo Ciaraffa
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